Covid, restiamo lucidi nel nostro inverno più difficile

di Antonio Scurati | 20 novembre 2020

 

 

 

Corriere della Sera

 

 

Comincia a far freddo a Milano. Un’interminabile, estenuante, angosciosa estate di San Martino cede, infine, il passo all’inverno. L’inverno del nostro scontento. Sì, perché se quello trascorso rimarrà nella storia come l’inverno del dramma, quello che ci attende rischia di restarvi come l’inverno della disperazione. La notte tra il sette e l’otto di marzo del 2020 la ricorderemo come il momento nella nostra vita collettiva in cui scoprimmo finalmente di essere mortali. Scoprimmo allora, seduti ai tavolini di un ultimo happy hour, che cos’è l’età, che cosa ci dice e ci fa dire: «Siamo qui». Raggiunti, al secondo cocktail, sugli schermi dei nostri cellulari dalla notizia che la Lombardia sarebbe stata di lì a poche ore isolata dal mondo, percepimmo per la prima volta, nel mezzo di esistenze votate alla ricerca di una moderata ma piacevole felicità, la nostra finitudine di esseri mortali, i nostri limiti invalicabili, la nostra comune, congenita destinazione ultima. Scoprimmo in una spanna di vermouth mescolato al bitter — prendendo a prestito senza conoscerle le parole del poeta — le nostre vite “troppo giovani per sentirsi vecchie e troppo vecchie per sentirsi giovani”».

Il conto

Chiedemmo il conto. Lo pagammo d’impulso, smarriti, sulla colonna sonora di risatine isteriche. Poi, con il passo svelto e vigile di chi si metta in salvo, rientrammo nelle nostre case, grandi o piccole, belle o brutte, dalle quali in ogni caso non saremmo più usciti per i mesi a venire. Ci rinchiudemmo ciascuno per sé, mai così soli, eppure tutti insieme, mai tanto sgomenti prima di allora eppure risoluti, senza incertezze, senza polemiche, nessun dissidio, nessun livore. La prima grande tragedia collettiva della nostra esistenza ci colse certamente impreparati, immaturi, ma ci trovò anche determinati, concentrati, disciplinati, composti come lo è chi debba ridurre la superficie del proprio corpo esposta a una minaccia mortale. Ci facemmo animo — mentre i bollettini quotidiani contavano i contagi, i ricoveri, i decessi — cantammo perfino.

 

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