Covid, la partita che spetta a noi

di Ezio Mauro | giovedì 15 ottobre


Repubblica


Poiché ognuno di noi agisce in base alle proprie convinzioni, ma tenendo conto delle circostanze in cui ci muoviamo, stiamo nuovamente cambiando lo spirito collettivo del Paese davanti all'attacco della seconda ondata della pandemia. Non poteva essere altrimenti. Prima la scoperta dell'insidia del male ci aveva spinti ad aderire alle misure di cautela decise dal governo come a un'obbligazione volontaria alla necessità. Poi i risultati positivi e la fine del lockdown avevano risvegliato l'insofferenza latente per ogni regola e per qualsiasi costrizione, come se la battaglia fosse vinta. Oggi, davanti ai numeri giornalieri di infezione più alti di sempre, la paura ritorna sotto forma di angoscia, con un senso di impotenza generale nel vedere che il virus come agente sociale e non soltanto patogeno sa ritirarsi e poi ripartire all'assalto dell'intero genere umano, nella minaccia più universale che abbiamo conosciuto nella nostra esperienza di vita: con le armi del progresso che dovevano tutelarci - scienza, medicina, biotecnologia e conoscenza - tenute in scacco da un microorganismo alieno capace di mandare in panne il mondo intero, perché agisce sotto la linea d'ombra della modernità, col meccanismo atavico del contagio.

Quando la paura si raddoppia, replicandosi e specchiandosi in se stessa, rischia di sembrare invulnerabile. Ci sentiamo appunto disarmati, proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di tutela. Siamo dunque tornati a chiedere al governo misure di protezione, di contenimento e di contrasto, com'è naturale in situazioni eccezionali, quando l'istinto collettivo si rivolge all'autorità legittima del Paese, l'unica che in democrazia ha il potere di decidere - in trasparenza e in verità - sullo stato d'emergenza. Solo i negazionisti hanno provato a nascondere il dramma sanitario-esistenziale che stiamo vivendo per esentarsi dalla condivisione dell'angoscia e dalla ricerca del rimedio, e ingannare se stessi con la fabbricazione di un grande untore universale al servizio della macchinazione misteriosa della finanza internazionale e delle élite democratiche. Ma sono una minoranza scarsamente rilevante, perché il Paese va da un'altra parte con le sue preoccupazioni concrete e sovrastanti sulla salute dei familiari più anziani, dei figli lontani, sulle scuole a rischio, sul lavoro perduto, sulle attività produttive svuotate fino alla paralisi, sul futuro incerto e sul presente buio.

Il governo dunque, secondo la magnifica condanna della democrazia, rimette tutto in gioco in questa nuova partita, anche il credito accumulato durante l'ondata pandemica precedente, quando l'Italia si è trovata a essere per forza di cose la cavia occidentale costretta a sperimentare per prima tra le democrazie la violenza del virus e a inventare le misure di difesa. Ma dobbiamo renderci conto che siamo davanti ad una partita doppia. L'esperienza di primavera, infatti, ci ha insegnato che la battaglia non si vince soltanto a colpi di decreto, di imposizioni normative, di misure prescrittive sul distanziamento, le mascherine, gli orari dei bar nella movida. Molto in questa sfida - almeno la metà - dipende da noi, dal senso di responsabilità dei cittadini, dalla nostra capacità di autoregolazione, dal senso di tutela reciproco di una comunità che sente il dovere di garantire se stessa.

Esiste per ognuno di noi una quota giornaliera di esposizione al rischio che può essere portata all'evidenza della coscienza individuale, perché la riduca, limitando il pericolo per noi stessi e per gli altri, in primo luogo la fascia di parenti, amici, colleghi e conoscenti con cui scambiamo quotidianamente, e che dovrebbe starci più a cuore. La pandemia ci presenta un caso esemplare di rapporto tra l'individuale e il collettivo, il privato e il pubblico, perché nelle nostre azioni per distanziare il Covid, togliendogli spazio d'azione, ogni atteggiamento di protezione verso se stessi diventa automaticamente un atto di salvaguardia nei confronti del prossimo.

Quindi anche la solidarietà, e non solo il virus, ha un suo moltiplicatore esponenziale, ed è la responsabilità. Non c'è bisogno dell'ordine impartito dal governo per imporci il dovere di uno sforzo supplementare di attenzione, di cautela, di prevenzione che ripari il sistema minimo di relazioni sociali in cui ci muoviamo, trasformandolo per quanto si può da pericolo in uno scambio di garanzie reciproche, a tutela della civiltà e non solo della salute.

Questo non significa, naturalmente, che il potere pubblico non sia tenuto a fare la sua parte e che i cittadini non debbano esigere quelle misure di contrasto che dipendono esclusivamente dal governo e in particolare dalle Regioni, che troppo spesso la pubblica opinione si dimentica di chiamare in causa. Se l'arma totale contro il virus ancora manca, e non dipende dalla politica, la dotazione e l'efficienza delle infrastrutture sanitarie d'emergenza è un dovere, come l'adeguamento dei servizi essenziali a una fase straordinaria: e invece dobbiamo fare i conti ogni giorno con ritardi, imprevidenze, errori, inadeguatezze che riguardano ormai strumenti e mezzi di assoluta necessità, dal vaccino antinfluenzale latitante (come ieri, incredibilmente, le mascherine) ai tamponi, alle terapie intensive, ai trasporti pubblici troppo affollati che rischiano di veicolare il virus. È giusto su questo incalzare governo e Regioni. Ma sapendo che tutto il resto dipende da noi. Prendiamoci un pezzo di sovranità nella lotta contro il virus e gestiamola in proprio: siamo cittadini, non spettatori.