Così il Covid restringe le democrazie

di Luca Cereda | 16 ottobre 2020


Vita.it


La pandemia da Coronavirus ha avuto un impatto negativo sulla democrazia e sulla libertà di informazione nel mondo. È l’allarme lanciato dall’ultimo rapporto di Article 19, l’organizzazione che a livello globale si occupa della difesa di libertà democratiche come quella opinione e di espressione. Molti governi hanno adottato misure che limitano l’accesso alle informazioni relative alla pandemia. Alcuni stati hanno approfittato del contesto per ridurre i diritti umani o per avere “pieni poteri” e non solo nella gestione del Covid-19 ma anche contro avversari politici.

E la situazione che emerge dallo studio dell’International Institute for Democracy and Electoral Assistance (Idea) di Stoccolma non è più confortante: mentre i governi democratici usano divieti e restrizioni per fermale l’avanzata del virus, le democrazie illiberali e i regimi autoritari usano la pandemia per silenziare gli oppositori. Questo è accaduto e sta succedendo anche in Europa.


Il valore di comunicare dati e informazioni e le leggi liberticide.


Durante la pandemia, in gioco non c’è solo la salute e la sicurezza delle persone, ma anche il loro diritto all’informazione: «La sua riduzione o distorsione danneggia la stessa lotta alla pandemia», recita il rapporto di Article 19, che sottolinea anche come le informazioni rese pubbliche dai governi debbano seguire standard precisi, tra i quali: la regolarità e l’accessibilità a tutti.

Per molti stati garantire alla popolazione e ai media l’accesso a informazioni e dati, non è visto come prioritario. Per altri, la segretezza viene imposta per limitare le critiche nei confronti dei processi decisionali o per celare il tentativo di instaurare una vera e propria dittatura.


Questo viola gli obblighi del diritto internazionale in materia di accesso alle informazioni che riguardano la salute pubblica. «Questo è il momento in cui i governi devono essere trasparenti e responsabili nei confronti delle persone che stanno cercando di proteggere». A dirlo, nell’aprile di quest’anno, è stato António Guterres, segretario generale dell’Onu.

Richiesta che i dati dello studio dell’International Institute for Democracy and Electoral Assistance confermano non è stata ascolta: su 163 Paesi considerati, 97 hanno fatto ricorso a poteri emergenziali. Paesi come il Vietnam, lo Sri Lanka o il Marocco, i governi stanno facendo ricorso alle leggi per arginare le “fake news” per perseguire oppositori politici o silenziare la parte critica della società civile.


Perché il diritto alle informazioni è importante per combattere il Covid-19.


La situazione sin qui descritta non diventa più rosea sulla base del report dell’associazione Reporter senza frontiere (Rsf), il World Press Freedom Index 2020, secondo cui esiste una chiara correlazione tra la soppressione della libertà dei media in risposta alla pandemia di coronavirus e la classifica di un paese nell'indice. La Cina (al 177° posto su 180) ha censurato ampiamente i suoi maggiori focolai di coronavirus. In Iraq (162°), le autorità hanno revocato la licenza all’agenzia di stampa Reuters per mesi dopo che ha scritto un articolo interrogandosi sulla verità dei dati ufficiali dei contagi.

L’emergenza sanitaria ha offerto ai governi autoritari l’opportunità di attuare quella che Rsf chiama “dottrina dello shock” per sfruttare il disorientamento dei cittadini, al fine di imporre misure che sarebbe impossibile attuare in tempi normali. Come impedire ai giornalisti di svolgere il loro ruolo di quarto potere.


Coronavirus e minore libertà di stampa nel mondo


È per tutelare il ruolo dei giornalisti, a maggior ragione vista la mole di informazioni che servono per leggere l’oggi, che il vicedirettore generale dell’Unesco per l’informazione, Moez Chakchouk, ha sottolineato l’importanza della sicurezza dei giornalisti durante la pandemia. «Sono gli Stati che devono garantire la sicurezza dei giornalisti nel coprire la crisi sanitaria e le sue implicazioni sociali, in conformità con le norme internazionali sulla libertà di espressione».

È proprio in tempo di emergenza sanitaria che l’importanza del giornalismo rigoroso e affidabile non può essere sottovalutata per uscire dalla crisi.

Intanto la Norvegia, per il quarto anno consecutivo, è in testa all’indice, mentre la Finlandia è in seconda posizione. Segue la Danimarca al terzo posto. Pochi cambiamenti all’estremità opposta. La Corea del Nord ha preso l’ultima posizione al Turkmenistan, mentre l’Eritrea continua ad essere il Paese con il peggior ranking dell’Africa.


L’Europa tra libertà di stampa e misure “anti-allarmismo”


Una persona su due nel mondo non ha quindi accesso ad una libera informazione anche durante la pandemia. Noi europei, possiamo godere di questa libertà «che permette di garantire l’esistenza di tutte le altre libertà», secondo Christophe Deloire, direttore di Rsf. L’Europa continua ad essere il continente più favorevole per la libertà dei media. Oggi, però, questa libertà non è più al sicuro. A Malta (81°), diventata un’isola strategica per i traffici transnazionali delle mafie, la giornalista Daphne Caruana Galizia è stata uccisa per aver descritto un sistema di riciclaggio di denaro sporco. E continuano ad intrecciarsi le inchieste giornalistiche con quelle della magistratura che vedono il governo de La Valletta coinvolto nel traffico di esseri umani e dei migranti.

L’Europa patisce un indebolimento della libertà di stampa anche in Ungheria, dove i politici dell’opposizione del governo del detentore dei “pieni poteri” Viktor Orbán sono stati arrestati o pesantemente perquisiti per aver condiviso articoli e post social critici nei confronti del governo di Budapest e della sua gestione del coronavirus. I provvedimenti della polizia sono legalmente legittimati dalle misure “anti-allarmismo”, etichetta che fa paura, approvate dalla maggioranza che sostiene Orbàn. Lo stato d’emergenza giustificato dalla pandemia consente inoltre alle autorità magiare di infliggere pene carcerarie da 1 a 5 anni per la diffusione di “notizie allarmiste”. Una pugnalata all’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione