Coronavirus, diteci poche cose ma giuste

di Susanna Tamaro | 25 ottobre 2020


Corriere della Sera


In tutti questi mesi non ho mai voluto intervenire sulla difficile emergenza che sta attraversando il nostro Paese. Era una situazione inedita, complessa, confusa, e complessità e confusione solitamente rendono difficile mettere a fuoco le cose. Ma dopo aver sentito il premier Conte proclamare che il futuro dell’epidemia dipenderà unicamente dai nostri comportamenti, ho sentito il bisogno di condividere alcune riflessioni. Non sono una negazionista, indosso sempre la mascherina, ho una cartuccera di gel, ho scaricato Immuni sebbene abbia la stessa socialità di un orso polare. Sono semplicemente una persona che ha l’abitudine di osservare con attenzione la realtà e di farsi delle domande. La prima domanda me la sono fatta a metà gennaio quando la televisione ha iniziato a mostrarci immagini della città di Wuhan. In quell’incalzare, in quel crescere ansiogeno di malati intubati, di ruspe che scavavano notte e giorno per edificare nuovi ospedali, c’era qualcosa di profondamente inquietante. Che cosa vuol dire la Cina al mondo? mi sono chiesta, e non sono riuscita a rispondermi. In quei giorni ero in montagna, una mattina mi sono svegliata con una sensazione strana, avevo i linfonodi del collo gonfi e un fondo di mal di gola. Mi sta per venire l’influenza, ho pensato, ma poi non è venuta, sono tornata a casa con un collo taurino di cui non sapevo farmi una ragione. Un pomeriggio mentre, nella penombra della cucina, addentavo una fetta di pane ricoperta di cioccolata spalmabile, mi sono resa conto di non percepire alcun gusto. Com’era possibile? Qualche giorno dopo mi ha chiamato un amico medico cinese: sapendo che i polmoni erano il mio punto debole, mi voleva mandare dei farmaci per rinforzare il sistema immunitario. «Metti la mascherina», mi ha detto, «è la cosa più importante». Ma come? tutti i media non fanno altro che dirci che è inutile, ma lui ha insistito: «Metti la mascherina». Per fortuna, dato che sono asmatica e ho avuto tre importanti polmoniti, ne avevo già a disposizione due per i miei viaggi ma sapevo per esperienza che erano molto difficili da reperire. Così quando a metà febbraio ho appreso che avevamo regalato, con moto di partenopea generosità, due tonnellate di materiale sanitario tra cui le introvabili mascherine alla Cina, che le produce, ho avuto un sussulto di stupore. Bastava avere una cognizione minima di geografia, di storia e di igiene per essere consapevoli del fatto che non solo il virus sarebbe arrivato, ma che forse era già tra noi. Dagli inizi del mese di dicembre 2019, infatti, ricevevo continue telefonate di amiche e amici che mi dicevano di avere avuto un’influenzaccia con febbre altissima, tosse spaventosa, antibiotici inutili, finale con polmonite e debolezza persistente.


Un po’ di cronistoria. Il 29 di gennaio arriva a Roma la coppia da Taiwan con il coronavirus, per settimane seguiamo trepidando le loro condizioni. Poi, fulmine a ciel sereno, il 21 febbraio, ecco il paziente 1, il maratoneta di Codogno. In realtà si trattava soltanto del primo diagnosticato. Nessuno sapeva con chiarezza cosa fare. Ma come, il nostro ministero non aveva un piano pronto in caso di epidemia? Eppure avevamo avuto la Aviaria, la Mers, la Sars, il morbo della Mucca Pazza... Sarebbe bastato ancora una volta un po’ di conoscenza della biologia e della storia umana per rendersi conto che, pur sentendoci onnipotenti grazie alla tecnologia, per la natura siamo sempre e soltanto grossi mammiferi e, come tutte le popolazioni animali, siamo soggetti a periodiche falcidie epidemiche. Peste, colera, difterite, tifo e vaiolo hanno modificato il corso della storia. Per rimanere a malattie più umili, pertosse, scarlattina e morbillo, fortunatamente ora sconfitti, hanno eliminato generazioni e generazioni di umani.


Intanto i contagi crescono: dopo Codogno, Vo’ Euganeo, Alzano Lombardo, le Zone Rosse si moltiplicano al nord, ovunque il triste spettacolo di ambulanze a sirene spiegate che corrono verso ospedali stracolmi, telegiornali diventati bollettini di guerra, medici e infermieri trasformati rapidamente in eroi — ed eroi lo sono stati — ma di un eroismo non molto diverso da quello dei soldati mandati in Russia con le scarpe di cartone. Il 9 marzo arriva il lockdown su tutto il territorio. Improvvisamente diventiamo un Paese agli arresti domiciliari, la mascherina diventa una questione di vita o di morte, ma le mascherine non si trovano né in farmacia né su internet, le poche in circolazione sono già state accaparrate in febbraio dai più previdenti. Per fortuna in casa abbiamo una macchina da cucire e dunque siamo riuscite a fornirci di mascherine artigianali, come la maggior parte degli italiani.


Quello che allora non sapevamo era che saremmo sprofondati in un ossessivo e paranoico stato di polizia con relativo incoraggiamento alla delazione, triste caratteristica di tutti i regimi totalitari. Evidentemente chi ci governa pensa a noi italiani come a un popolo di poveri dementi in preda a un collettivo cupio dissolvi il cui unico desiderio era quello di contagiarci a vicenda. In realtà abbiamo dimostrato di essere dei cittadini responsabili che amano la vita e hanno un sano terrore delle malattie, tranne le solite eccezioni che confermano la regola. Quest’estate, ad esempio, quando era ormai caduto ogni divieto di mascherine all’aperto, davanti al piccolo alimentari del mio paese le persone continuavano a stare diligentemente in fila, distanziati, con bocca e naso coperti.


A metà aprile, finalmente, arrivano le sospirate mascherine. 12,50 euro l’una, acquisto immediato, insieme all’alcol per disinfettarle. Dopo qualche giorno ricevo una chiamata da un’amica che lavora con il pubblico, ha la febbre alta, tosse e fatica a respirare. Al telefono il suo medico le ha detto di prendere la tachipirina e di stare tranquilla. Nessuno la visita, la cura, le fa un tampone, neppure quando lo richiede per poter tornare al lavoro. Lo farà a spese sue non appena sarà possibile. Aveva avuto il Covid. C’è da stupirsi del gran numero dei ricoveri in ospedale, dato che i malati sono stati abbandonati al loro destino e si è intervenuti soltanto quando il virus aveva già compiuto l’opera di devastazione? Per più di due mesi, da marzo a fine maggio, siamo stati inchiodati al telegiornale ad ascoltare i bollettini dei morti, assistendo impotenti e addolorati alle immagini che ci giungevano dagli ospedali sovraccarichi, turbati dal Barnum mediatico che, in una gara di protagonismi e di litigi, ci proponeva ogni sera una diversa interpretazione degli eventi. Eravamo — e siamo — governati nell’emergenza da una task force di centinaia di esperti, ma basta aver partecipato anche solo una volta a una riunione condominiale per sapere che più è alto il numero dei partecipanti più è difficile trovare una soluzione illuminata dalla ragionevolezza.


Sorvolerò sui banchi con le rotelle e altre amenità capaci di provocare più il riso che il pianto e planerò direttamente al mese di settembre, quando sono andata a Pordenone per il Festival di Letteratura. Era sabato e per le strade c’erano centinaia di persone senza mascherina che si godevano il loro happy hour incollate l’una all’altra, mentre tutti gli eventi del Festival erano sottoposti a misure rigorosissime di distanziamento, con tanto di polizia a controllare le entrate. Facendo poi una passeggiata intorno all’albergo, sono capitata davanti a due porte inox, pensavo fosse una cella frigorifera, invece, sorpresa!, era una chiesa. Un cartello elencava le nuove regole per la Messa: Arrivare mezz’ora prima. Aspettare di essere accompagnati al posto. Sedersi a due metri di distanza. Non toccare nulla. Non cantare. Non inginocchiarsi. Non dire «amen», dopo la comunione per non espandere droplet mortali. Come si conciliava questo nuovo decalogo con le folle alticce e festanti fuori dai bar? Semplicemente, non si conciliava.


E non ho voluto parlare delle casse integrazioni fantasma o dei soldi dati a pioggia, senza alcun discernimento, anche a chi ha continuato a lavorare e non ha avuto alcun danno dal Covid. Nel giorno di Pasqua, festività cancellata credo per la prima volta della storia della Chiesa per via del lockdown, un signore ultraottantenne è stato multato dalla polizia per essere andato nella sua parrocchia, bardato di guanti e mascherina, a prendere l’eucarestia per la moglie gravemente malata. «La multa la pago», ha scritto su un giornale, «perché sono un cittadino onesto ma in tutta questa vicenda ci sarebbe voluto un po’ di grano salis». Grano di sale, già, un po’ di buon senso, dove trovarlo?


Ora ci prospettano nuove terroristiche limitazioni. Sono riprese le scuole, i contagi volano e i trasporti sono inadeguati al distanziamento. Non lo sapevate? Non si poteva immaginare la situazione prima? Anche in queste nuove disposizioni sembra totalmente assente il discernimento. Abbiamo scoperto che il virus è un vampiro, si sveglia solo a mezzanotte e chi lo vuole sfidare deve munirsi di un’ennesima autocertificazione. Adesso si paventa di chiudere nuovamente le regioni, come se tra una regione e l’altra ci fosse il vecchio muro di Berlino.


L’impressione è che chi ci governa navighi a vista. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Prima vieta una cosa, poi cede e la concede un po’, senza un programma, senza una linea, senza nulla che faccia capire che cosa sia davvero meglio fare per il bene comune. Ma i virus non conoscono il cerchiobottismo, vanno avanti con ostinata e fantasiosa testardaggine e, dato che siamo a questo punto di contagio e la stragrande maggioranza di cittadini indossa religiosamente la mascherina, forse si fa beffa anche delle pezze che ci mettiamo in faccia.


Sarebbe bello che, invece della ripresa del Barnum mediatico, con la terroristica diffusione di dati giornaliera sulla quale nessuno fa chiarezza e che crea solo confusione e paura nella popolazione, ci venissero dette poche semplici cose, ma quelle giuste, come ha fatto la Merkel. Conosco diverse persone che sono state contagiate in queste settimane. Alcune non hanno alcun sintomo, altre hanno i sintomi di una normale influenza stagionale. Le nostre conoscenze in questi mesi sul virus si sono approfondite, si sa che la concomitanza con certe patologie lo rende particolarmente pericoloso, e che dunque le persone che ne soffrono devono stare più attente, come sappiamo anche che esiste ormai un protocollo di cure risultato di provata efficacia. Il virus del Covid non è l’Ebola, la cui mortalità è del 50%, il suo tasso di mortalità si situa tra lo 0,6 e 0,3%. Perché non ripeterlo, invece di fare aleggiare sulle nostre teste nuove ansiogene forme di punizione? Nessuno mette in dubbio che la situazione sia seria e proprio per questo noi vorremmo che le nostre istituzioni fossero colpite dallo stesso benefico virus, quello della serietà. Regioni come quella in cui vivo si trovavano già in difficoltà economica prima dell’epidemia, ma dall’insensato lockdown nazionale ora sono state spinte nel baratro. La Cina non ha chiuso tutta la nazione, ma solo la regione di Wuhan e lo stesso si sarebbe potuto fare in Italia, data la disposizione longitudinale del Paese e la disparità di popolazione e di condizioni economiche. Umbria, Basilicata, Molise, Calabria, ad esempio, regioni che hanno meno abitanti di un quartiere di Milano, prive di industrie e di mezzi di trasporto, che sopravvivono grazie a un po’ di agricoltura e molto lavoro in nero, non avevano alcun bisogno di subire lo stesso trattamento della Lombardia. Non possiamo certo permetterci un nuovo lockdown nazionale, le famiglie sono in una condizione di povertà che forse la classe politica non riesce neanche a immaginare. Oltre a tutto, ancora non sono stati valutati i danni alla salute collettiva soprattutto per le persone di una certa età perché con il passare degli anni l’assenza di movimento e di socialità spalanca la porta a ogni tipo di patologia. Quando alla fine di febbraio ho ricevuto il pacchetto di medicine inviato dal mio amico cinese, l’ho chiamato per ringraziarlo. «Ma oltre alla mascherina e alle medicine che mi hai dato, cos’altro posso fare per non ammalarmi?». «La cosa più importante è non aver paura di ammalarsi. L’ansia e la paura sono le più grandi nemiche della salute perché sono in grado di far crollare il sistema immunitario».

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