A trent’anni dalla strage di Capaci

di Antonio Balsamo | Lunedì 23 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

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La strage di Capaci, nella quale furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, è uno dei fatti più gravi della storia italiana. È rimasto scolpito nella memoria collettiva e ha segnato uno dei momenti più drammatici della strategia del terrorismo mafioso, ma anche un punto di svolta nella coscienza civile del Paese e nell’azione dello Stato contro la mafia.

 

Questa impresa criminosa, che per «Cosa Nostra» doveva rappresentare l’espressione della massima potenza, costituì, in realtà, l’inizio della fine di un’epoca nella quale la mafia dei «corleonesi» poteva contare su un solido rapporto di alleanza e cointeressenza con numerosi settori del mondo sociale, dell’economia e della politica.

 

Dopo la strage di Capaci, «Cosa Nostra» venne percepita dall’intero Paese, e dalla comunità internazionale, come un fenomeno criminale di stampo eversivo capace di colpire al cuore lo Stato italiano, e non più come una componente strutturale della società siciliana, una subcultura meridionale, una situazione locale con cui diversi ambienti esterni potevano pensare di convivere in una posizione di sostanziale neutralità o di malcelata indifferenza, interrotta da saltuarie spinte emozionali.

 

Più vivo che mai

Da quel giorno sono passati trent’anni, ma per tutti noi è come se fosse stato ieri.

 

Anzitutto, perché Giovanni Falcone oggi è più vivo che mai. Le sue idee, la sua visione anticipatrice sono alla base delle strategie più avanzate della comunità internazionale contro la criminalità organizzata, la corruzione e tutte quelle violazioni dei diritti umani che mettono a rischio i principi fondanti della democrazia e dello Stato di diritto.

 

Nell’ottobre 2020, a Vienna, la Conferenza dei 190 Stati che aderiscono alla Convenzione ONU contro la criminalità organizzata transnazionale ha adottato la «risoluzione Falcone», un atto che mira a costruire una risposta comune ai più pericolosi fenomeni delittuosi sulla base del modello di intervento già sperimentato nel nostro Paese per la lotta alla mafia, e che viene adesso applicato a realtà emergenti come quelle dei reati in danno dell’ambiente e dell’uso delle tecnologie della comunicazione per scopi illeciti.

 

Il 5 e 6 maggio 2022, a Palermo, si è tenuta la Conferenza europea dei Procuratori, organizzata dal Consiglio d’Europa e dalla Procura Generale della Corte di Cassazione, che ha visto momenti di intensa commozione – come l’intervento del Procuratore Generale dell’Ucraina – e si è conclusa nell’aula bunker dove fu celebrato il maxiprocesso, con un intenso ricordo collettivo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, la cui esperienza è divenuta un grande messaggio di speranza per tutti quei popoli che oggi si trovano in una condizione analoga all’Italia di quegli anni.

 

 

 

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