A rivederci David Sassoli, leader riluttante dal sorriso gentile

di Marco Damilano | Mercoledì 12 gennaio

 

 

 

 

 

 

 

L'Espresso

 

 

 

 

 

 

 

Quando muore un amico si scrive tra le lacrime.

 

Di David Sassoli, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, del mio amico David conservo l'ultimo messaggio di capodanno: «ci vediamo presto». E il ricordo più dolce, all'inizio di settembre, alla festa dell'Unità di Bologna, dopo un dibattito insieme. Avevamo parlato per quasi due ore dell'Europa che amavamo, «il fremito delle cose impossibili» del manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ottant'anni dopo, e dell'Europa che ci deludeva e che ci faceva indignare, in cui tornavano i fili spinati, le discriminazioni, gli attacchi alla stampa. Tantissima gente e molti applausi per lui. E poi la lunga cena, con la moglie Alessandra e il portavoce Roberto Cuillo, a ridere e a scherzare, a tirar via fino a tardi, nel sentiero della festa ormai deserta, l'impegno di rivederci a Bruxelles, da me mai mantenuto, il saluto nella notte.

 

Il ricordo più intenso è di qualche settimana prima, l'11 luglio, la visita nel campo di Fossoli per l'anniversario dell'eccidio nazista di 67 internati politici il 12 luglio 1944. Forse la giornata più importante dei suoi due anni e mezzo di presidenza, da lui fortemente voluta. Una stupenda domenica di sole estivo, una piccola folla con Romano Prodi e con Pierluigi Castagnetti tra le baracche da cui il 22 febbraio 1944 partì anche Primo Levi verso Auschwitz. La preghiera del vescovo e del rabbino, Sassoli emozionato accanto alla presidente della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen, che riconosce: «La Resistenza ha ridato la libertà all'Europa. La devo ai vostri genitori e ai vostri nonni».

 

David aveva messo tutto se stesso nell'intervento di quella mattina: «Mi hanno sempre colpito gli occhi delle vittime, la fissità degli occhi che guardano, ma non vedono. Sì, gli occhi dell’umanità privata di umanità. Gli occhi delle vittime sono sempre gli stessi. Sono quelli delle foto nei lager, dei condannati a morte, quelli che ritroviamo sempre, in ogni guerra, in ogni persona violentata, annientata, nelle donne umiliate, nelle colonne di famiglie che scappano, nei bambini smarriti, in coloro che annegano, che si aggrappano alla vita e la perdono dicono lo stesso anche a noi oggi».

 

 

 

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