di Francesco Ognibene
Avvenire
16 settembre 2020

Tutti vorremmo poter contare nella nostra vita su un prete così. Perché nel mezzo di una giornata di lacrime e sgomento, di parole sagge e necessarie intrecciate ad altre strumentali e inutili come il grano alla zizzania, rischia di passare inosservata una notizia decisiva per capire il senso di un’esistenza interamente donata in terra lombarda: don Roberto Malgesini era un prete, fino all’ultima fibra della sua umanità. Un prete vero, intendiamo, uno di quelli che ti fanno capire cos’è una vita riuscita, piena. Un uomo giusto al posto giusto, dopo averlo a lungo cercato, e con tale chiarezza interiore e umile determinazione da far intendere infine anche ai più duri di cuore che cos’è una vocazione.

La figura esile, la postura un po’ curva di uno che non s’impone ma preferisce passare inosservato, il candore di un volto che mostra meno dei suoi 51 anni, nelle rare foto una certa luce dentro lo sguardo di uno abituato a guardarti dritto negli occhi. L’impressione di un uomo mite e sereno, riuscito, felice di fare quel che finalmente aveva raggiunto: servire gli altri. Uno che ti fa spazio, ti offre il suo tempo, divide volentieri un pezzo di strada con te senza chiederti chi sei.

Basta un’occhiata, e capisci che un prete così è necessario a tutti, perché tutti siamo poveri, talora miserabili, persino lebbrosi. Bisognosi di misericordia, di incontrare per strada Gesù fatto prete, che riconosce a prima vista la tua piaga – quale che sia – ed è lì per dedicarsi a curarla. Non è di un don Roberto che la nostra vita chiede ogni giorno?

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