di Annalisa Camilli
Internazionale
16 settembre 2020

“Libertà, libertà”, gridano gli sfollati del campo profughi di Moria, sull’isola greca di Lesbo, mentre marciano in massa verso il blocco stradale della polizia, che da giorni impedisce loro di raggiungere il centro abitato di Mitilene. Dormono sul ciglio della strada, in ripari di fortuna che si sono costruiti con coperte e canne di bambù, il caldo è torrido e molti cominciano a presentare sintomi di disidratazione e di denutrizione.

Da quando il campo di Moria è bruciato, l’8 settembre, più di 12mila persone tra cui quattromila minori sono rimaste senza un tetto e si sono accampate negli uliveti, nel parcheggio di un supermercato e lungo la strada principale che conduce al porto di Mitilene. Non hanno accesso ai servizi sanitari, al cibo e all’acqua. Ma soprattutto temono per il loro futuro. Il 12 settembre il governo greco ha aperto una tendopoli temporanea all’interno di una ex base militare davanti al mare e sta trasferendo gli sfollati in questo nuovo campo, che a differenza di Moria sarà chiuso da una recinzione. Chi entrerà, non potrà uscirne.

Per questo i profughi protestano, vogliono essere lasciati liberi di andarsene. “Vogliamo pace e libertà”, è scritto in un cartello. “Moria uccide”, è scritto in un altro. “Non siamo contenti delle disposizioni prese dal governo greco, non siamo animali, siamo esseri umani”, dice Daniel, un richiedente asilo della Repubblica Democratica del Congo durante la manifestazione.

“Moria era una prigione, non c’era un ospedale, non ci davano cure mediche. Dicono che c’è il coronavirus, le persone stanno soffrendo, stanno morendo. Tutti i soldi che hanno preso dall’Europa non li stanno usando per le persone”, protesta Brown Malkon, un richiedente asilo nigeriano. “Abbiamo vissuto un anno nel campo, in una situazione molto difficile. Ora dicono che ci vogliono mettere in un altro: io sono incinta, mia madre è malata. Sono giorni che non vediamo un medico. Se non riescono a occuparsi di noi perché non ci lasciano liberi di andare a chiedere asilo in altri paesi?”, chiede Samira Rajabzadeh, una ragazza afgana di 24 anni, originaria di Herat, che tiene in braccio un bambino di dieci mesi ed è incinta del suo secondogenito. “Dopo l’incendio, ci hanno lasciato senza cibo, senza acqua, senza cure mediche”, continua la donna, seduta sul ciglio della strada vicino al supermercato, in un riparo costruito dalla sua famiglia con qualche coperta salvata dall’incendio.

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