di Pietro Saccò
Avvenire
11 settembre 2020

I tre modernissimi grattacieli del quartiere milanese di CityLife, costruiti su quella che una volta era la fiera cittadina, hanno le pareti di vetro. Chi si ferma a guardarli può vedere qualcosa di quello che succede all’interno. In tempi normali la loro trasparenza svela all’esterno la dinamicità e la produttività delle aziende che li occupano. Non oggi però. Dentro le Tre Torri di Citylife da mesi non succede quasi nulla. Nei 44 piani della Torre Hadid, sede milanese di Generali, c’è spazio per oltre 2.200 dipendenti. In queste settimane solo qualche decina di persone striscia ogni giorno il badge: il 98% dei lavoratori della compagnia è in smart working permanente. A fianco, nella Torre Isozaki, si può vedere qualche luce accesa qua e là lungo i 209 metri del grattacielo che, per numero di piani, è il più alto d’Italia. È la sede italiana del gruppo assicurativo Allianz, ma solo il 10% dei 2.800 dipendenti che dovrebbero occuparlo attualmente raggiunge fisicamente l’ufficio. Gli altri lavorano da casa. La terza torre, quella disegnata da Libeskind, è stata completata solo a luglio. Il gigante della consulenza PwC traslocherà lì a ottobre i suoi dipendenti con base a Milano, circa 3.500 persone. Le scrivanie sono già arrivate, i lavoratori inizieranno a gruppi: per la partenza PwC prevede di utilizzare alternativamente tre piani alla settimana, con un’occupazione massima del 50% per ogni piano. Entreranno circa 300 persone a settimana.

CityLife sembra capace di sopravvivere allo spopolamento delle sue torri. Il progetto sviluppato proprio da Generali Real Estate ha tre parti: gli uffici, l’area residenziale di lusso, il centro commerciale. All’ora di pranzo di una giornata di sole di inizio settembre non si fatica a trovare posto in uno dei ventitré ristoranti della food court, ma i clienti ci sono. Tanti gruppi di ragazzi si godono gli ultimi giorni di vacanza prima della riapertura delle scuole. Molte famiglie in giro a fare shopping. Qualche turista. E i pochi lavoratori. Le grisaglie di chi non ha ceduto al lavoro smart sembrano quasi fuori posto, ora che sono diventate minoranza. Le decine di persone al lavoro sui loro laptop attaccati alle prese elettriche dei tavoli dell’area food del centro commerciale ricordano la bizzarria del tempo che stiamo vivendo. Parte del lavoro allontanato dai grattacieli svuotati a causa Covid–19 si è riversato appena sotto, perché non aveva altri posti dove andare. Meglio per i ristoratori e i negozi, che così contengono i danni da smart working. L’unico a cedere alla pandemia, a CityLife, è stato il ristorante firmato dallo chef plurisetellato Heinz Beck, che proponeva pranzi e cene di alto livello poco adatti agli studenti che ora popolano il quartiere. Questo “casual dining restaurant” sarà sostituito da un più popolare Wagamama.

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO