di Francesco Clementi
Istituto della Enciclopedia Italiana

Non di soli numeri si tratta

È questo il punto iniziale di ogni ragionamento consapevole che voglia interrogarsi sull’utilità o meno di ridurre il numero dei parlamentari in vista del voto referendario del 20-21 settembre prossimo: il quale, come noto, prevede la riduzione del numero dei parlamentari –  da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senato rielettivi -, modificando gli articoli 56, c. 2, e 57, c. 2 della Costituzione. Il numero dei parlamentari è rilevante, infatti, perché quei numeri aprono la Parte II della Costituzione e su di essi si basa tutta l’impalcatura strutturale del nostro assetto democratico di poteri: dall’organizzazione e la strutturazione interna delle Camere ai quorum di votazione, all’elezione del Capo dello Stato. Non poco, insomma.

A questa prima consapevolezza, ne va aggiunta poi una seconda, più di matrice storica, ossia che la predeterminazione del numero dei parlamentari, come previsto attualmente dalla Costituzione per ciascuna delle Camere, non è frutto dei lavori dell’Assemblea costituente, ma di un intenso confronto politico intervenuto durante i primi decenni della Repubblica e approdato solo nel 1963 a definire i numeri che conosciamo nel testo costituzionale. Infatti, nelle prime tre legislature repubblicane – quando non vi era appunto un numero prefissato di parlamentari in Costituzione – si era deciso di definire solo il rapporto numerico tra gli abitanti e gli eletti in modo che il numero dei parlamentari potesse mutare al variare della popolazione e della partecipazione di quest’ultima alle elezioni. E solo poi, appunto nel 1963, a fronte della crescita esponenziale della popolazione italiana, si è deciso di costituzionalizzare un numero predefinito di parlamentari; un numero modificato peraltro, ulteriormente, nel 2000, in seguito all’approvazione della legge costituzionale di riforma dell’articolo 48 della Costituzione che, consentendo l’esercizio del diritto di voto anche ai cittadini italiani residenti all’estero, ha introdotto la circoscrizione Estero, prevedendo che 12 dei 630 deputati e 6 dei 315 senatori fossero eletti, appunto, in quella circoscrizione.

Dunque, si tratta di numeri importanti ma non intoccabili, in quanto da sempre funzionali alle diverse fasi e dinamiche politico-costituzionali del Paese. E, d’altronde, non è un caso il fatto che, dal 1983 in poi, tutti i progetti di riforma costituzionale proposti dalle forze politiche in Parlamento – di maggioranza come di minoranza, della prima come della seconda fase repubblicana – abbiano previsto sempre anche una riduzione del numero dei parlamentari.

Il quesito del referendum, infine, propone un’ulteriore tema – anche se su questo non vi è dibattito alcuno: sciogliendo un antico nodo interpretativo, la riforma incide pure sull’articolo 59, c. 2 della Costituzione, prevedendo che i senatori a vita nominati per alti meriti dal Presidente della Repubblica possano essere solo 5 (mentre rimangono gli ex Presidenti della Repubblica come senatori di diritto a vita, salvo rinuncia).

 

I principali argomenti del Sì

Tenuto conto di ciò, sinteticamente, sono tre i principali argomenti del Sì, ovvero di coloro che sostengono l’opportunità della riforma costituzionale.

In primo luogo, il metodo, che in questo caso è pure espressivo del merito. Si tratta, infatti, di una revisione costituzionale “micro” che, al fondo, proprio grazie a questa scelta puntuale e specifica, mira a rendere il tema del voto comprensibile a tutti i cittadini; insomma, una riforma semplice e “secca”, per far capire meglio agli elettori su cosa si vota, al posto di una più ampia e sistemica riforma costituzionale (logica che, invece, aveva caratterizzato i due più recenti referendum di revisione costituzionale del 2006 e del 2016).

Molti, peraltro, ritengono il passo-dopo-passo, un tassello per volta, una valida strategia di metodo per consentire di superare, senza strappi né forzature, anche quarant’anni di conservatorismo istituzionale e di reciproci veti politici, contribuendo dunque, come conseguente effetto di un voto favorevole a questo tassello di revisione costituzionale, ad ulteriori e condivise riforme costituzionali. Insomma, un primo passo che aiuta il dialogo sulle conseguenti riforme.

In secondo luogo, dentro un bicameralismo paritario, questa riforma evidenzia con chiarezza tutte le difficoltà di oggi dei deputati e senatori nell’identico e duplice esercizio della loro funzione rappresentativa, posto che, per garantire un tempo certo nell’iter dei provvedimenti, vivono il loro mandato sempre più dentro un monocameralismo alternato, con una camera che, a turno, fa, e l’altra che approva a scatola chiusa: un problema che è stato amplificato dall’abnorme impiego dello strumento del decreto-legge – come sottolineato nel suo recente Rapporto dal Comitato bipartisan per la Legislazione della Camera dei Deputati – e che potrebbe trovare una soluzione, come sostengono i fautori del Sì, con una riduzione del numero dei parlamentari. Costoro ritengono infatti che, a numeri ridotti secondo gli standards delle altre democrazie europee, ci sia modo di organizzare meglio il “fattore tempo”, rendendo così più certo e dunque più efficiente l’iter dei provvedimenti in Parlamento, evitando forzature e rispettando l’attività propria di ciascun parlamentare, cioè in ultima istanza la loro funzione rappresentativa. Così come il fatto che la rappresentanza politica, espressa in modo multilivello anche in altri organi elettivi (basti pensare che nel frattempo sono diventati operativi sia i Consigli regionali che il Parlamento europeo), abbia moltiplicato a tal punto gli spazi per una libera rappresentanza delle varie istanze del pluralismo politico nel nostro Paese, tali da rendere secondarie le ragioni politiche che avevano animato, nel 1963, la scelta per una uguale, e doppia, rappresentanza politica nazionale, espressa dal bicameralismo paritario.

Infine, sebbene la democrazia abbia un costo e non ci si debba vergognare a dirlo, non pochi tra i favorevoli sottolineano i risparmi di spesa che questa riforma comporterebbe. Questo risparmio è stato quantificato dall’Osservatorio sui Conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli in 57 milioni annui (circa 285 milioni a legislatura); mentre, per Tito Boeri e Roberto Perotti, calcolando i costi connessi, sarebbe pari a 80 milioni annui (circa 400 milioni a legislatura). In ogni modo, tenuto conto dell’entità del bilancio dello Stato, si tratta, evidentemente, di un argomento di tipo residuale; sebbene, nel dialogo politico tra governanti e governati di questi ultimi decenni, indubbiamente questo argomento – ben alimentato anche da alcuni comportamenti riprovevoli di singoli politici e demagogicamente da alcuni media – abbia assunto una sua forza simbolica, che innegabilmente oggi ha anche un valore non trascurabile nel mercato del consenso politico.

 

I principali argomenti del No

Del pari, sinteticamente, sono tre i principali argomenti di quanti sostengono le ragioni del No a questa riforma.

In primo luogo, anche qui, il metodo, che è pure espressivo, in questo caso, del merito. Per i contrari, in assenza di un disegno organico e sistemico, questo approccio metodologico si riduce infatti ad essere un puro e semplice “taglio lineare” ai numeri della rappresentanza politica; ponendosi, nel mutare del numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto, come uno sbrego all’istituzione Parlamento, il quale avrebbe difficoltà anche nella sua semplice gestione quotidiana delle funzioni. I contrari al referendum sostengono, infatti, che il Parlamento avrebbe bisogno di ben altre riforme per funzionare meglio, come ad esempio la riforma del bicameralismo paritario. Per costoro, insomma, si tratta innanzitutto di una riforma inutile, perché “fuori fuoco”, ed incompleta, in quanto non ampia, organica e sistematica, disgiunta da altre e più rilevanti riforme.

In secondo luogo, molti criticano l’argomento del risparmio dei costi della politica. Non soltanto per ragioni anti-demagogiche in ragione dei limitati risparmi, ma anche perché riscontrano dentro questo argomento un sentimento anti-parlamentarista, che svilisce il ruolo e la funzione del Parlamento come luogo della rappresentanza politica nazionale; insomma, al  “pochi ma buoni” dei fautori del Sì, costoro contrappongono il tema “meno seggi, meno rappresentanza”, sottolineando che si riduce in misura sproporzionata e irragionevole la rappresentanza di interi territori. Valutazioni che spingono alcuni dei contrari al referendum ad arrivare addirittura a sostenere che la riduzione del numero dei parlamentari sia una riforma “pericolosa per la democrazia”.

Infine, si contesta che il pluralismo delle idee nel nostro Paese possa essere pluralisticamente interpretato anche attraverso la rappresentanza di altri organi elettivi, divenuti operativi successivamente al 1963 (Parlamento europeo, Consigli regionali, Consigli comunali), sottolineando, al contrario, che le esigenze della funzione rappresentativa nazionale non possano essere assorbite da altri consessi democratico-elettivi.

 

Annotazioni finali

Da ultimo, tre annotazioni finali per concludere questa disamina.

In primo luogo, si conferma il fatto che il referendum in quanto tale sia uno strumento tecnico ormai poco adatto a dare risposte definitive ad una società multidimensionale, sempre più individualista e crescentemente emotiva, nella quale la riduzione della complessità – un sì e un no – si fa sempre più difficile. Tutto è relativo, e dunque, se messo in altra prospettiva, mutevole. Da qui, l’aumento dell’incertezza, che dà inquietudine e fa smarrire talvolta il verso delle proprie convinzioni, facendo aumentare il voto di chi non vota: un errore da evitare.

In secondo luogo, in questo caso, non vi è chi non veda che, nella trasversalità degli argomenti, vi è un intrinseco rischio di un’eterogenesi dei fini per entrambe le posizioni, lasciando così troppo spazio ad argomentazioni tanto estreme quanto ipocrite; dunque, nel formarsi un proprio intendimento di voto, bisogna abituarsi a scartare a priori, da subito, quel tipo di posizioni, perché non aiutano un libero discernimento.

Infine, è evidente che, pur trattandosi di una riforma puntuale, non è di poco conto. E quindi come tale va trattata – informandosi ed analizzando i differenti argomenti – per votare con cosciente consapevolezza.