di Alessandro Puglia
Vita.it
11 settembre 2020

Da quello che resta del campo profughi di Moria, l’attivista per i diritti umani Nawal Soufi, 32 anni, che ha a lungo operato in Sicilia aiutando centinaia di profughi, racconta a Vita.it l’inferno che stanno vivendo i quasi 13 mila sfollati, tra cui secondo le Nazioni Unite si stimano oltre 4 mila bambini. «Non c’è più cibo, le donne allattano in strada sui marciapiedi e i positivi al Covid sono dovuti scappare in mezzo a tutti gli altri»

Da quello che resta del campo profughi di Moria, l’attivista per i diritti umani Nawal Soufi, 32 anni, che ha a lungo operato in Sicilia aiutando centinaia di profughi, racconta a Vita.it l’inferno che stanno vivendo i quasi 13 mila sfollati, tra cui secondo le Nazioni Unite si stimano oltre 4 mila bambini. «Non c’è più cibo, le donne allattano in strada sui marciapiedi e i positivi al Covid sono dovuti scappare in mezzo a tutti gli altri». La nota volontaria conosciuta anche come l’Angelo dei profughi (dall’omonimo libro di Daniele Biella, Paoline edizione) chiede una presa in carico collettiva degli sfollati da parte di tutti i paesi europei e aiuti immediati per tutte le persone del campo, uomini, donne e bambini, con una particolare attenzione ai nuclei familiari.

Qual è la situazione adesso nel campo?

«Il campo di Moria non esiste più. Sono stati due gli incendi: nel primo le fiamme hanno portato via il 70 per cento della struttura, con il secondo è stato devastato del tutto. La popolazione di Moria è composta principalmente da donne e bambini e sono loro che in questo momento hanno maggior bisogno di aiuto. Aspettiamo l’esito delle indagini da parte delle autorità per capire realmente chi è stato a far divampare l’incendio».

Quali sono le principali richieste d’aiuto?

«Le persone hanno bisogno di cibo perché non esiste più alcuna distribuzione. I bagni chimici lungo la strada sono andati distrutti e quindi per fare i propri bisogni vanno nelle campagne, le donne hanno grandi difficoltà. Purtroppo la maggior parte delle organizzazioni non possono avvicinarsi ai migranti in questo raggio di spazio che va da Moria al campo di Kara Tepe. E da volontaria posso solo dire che è arrivato il momento che l’Europa si assuma le proprie responsabilità e si ricordi quelli che sono i suoi valori fondanti. Un’Europa nata per unire popoli interi e per allontanare il mostro della guerra. Le persone sfollate dicono che vogliono essere ricollocate nei vari paesi europei. C’è il necessario bisogno di una dichiarazione di volontà da parte di tutti i paesi europei di prendere in carico i rifugiati presenti qui che sono meno di 13 mila persone. Un numero irrisorio per un continente con mezzo miliardo di persone. Qui a Moria, nell’isola di Lesbo, non muore soltanto la dignità dei migranti, ma muore la dignità dell’Europa. I valori europei della nostra società civile e democratica sono messi oggi a dura prova, dobbiamo agire adesso per non avere vergogna un domani di dare una risposta ai nostri figli e dover dire che non abbiamo fatto nulla per fermare un massacro del genere».

L’incendio potrebbe aggravare le difficili condizioni sanitarie della struttura?

«Sì, decisamente. L’incendio sta aggravando l’emergenza sanitaria perché le 35 persone che sono risultate positive al Covid19 sono scappate e sono tra la gente. Persone che stanno tutte a stretto contatto. Tutti dormono vicini e tutti mangiano negli stessi piatti. Solo in pochi hanno le mascherine e non c’è neanche acqua da bere. Non sono stati ancora attivati canali istituzionali d’emergenza per una distribuzione dei pasti. Oggi stiamo parlando di persone sfollate due volte. Dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan o dallo Yemen e ora nuovamente sfollate dentro la nostra stessa Europa».

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