di Pierluigi Battista
Il Corriere della Sera

I partiti che si orientano a indicare «libertà di coscienza» nel referendum per la riduzione dei parlamentari fanno deliberatamente molta confusione perché camuffano con un atteggiamento che sembra aperto e non vincolante la loro palese incapacità di decidere. Libertà di coscienza può essere invocata sulle questioni, come si dice, «eticamente sensibili»: sull’aborto, o sul testamento biologico o sulle unioni civili. Ma sulle modifiche alla Costituzione no, un partito serio non può dire «ni», non può tirarsene fuori per paura delle conseguenze politiche di una scelta. Non può esistere libertà di non decidere, di rifugiarsi nel nullismo finché la tempesta non passi. Non si può manipolare la Costituzione senza sapere qual è il punto di arrivo. Non si può storpiare la Costituzione seguendo logiche di tattica politica contingente. La riduzione del numero dei parlamentari ha avuto ben quattro passaggi parlamentari, secondo le procedure previste di revisione costituzionale. Era una bandiera dei Cinque Stelle e nel governo gialloverde la Lega l’ha votata tre volte non per convinzione, ma per tenere su il Conte uno. Poi è arrivato il Conte due e la Lega ha votato a favore per spirito di bandiera anti-casta, ma ora, sentendo aria di rivincita con i Cinque Stelle, intravvede la possibilità di un’affermazione del No e apre alla possibilità di lasciare libertà di voto su un testo che ha approvato per ben quattro volte.

Il Pd, a sua volta, ha votato tre volte contro la riduzione del numero dei parlamentari, denunciando persino con una certa veemenza lo spirito antiparlamentare dei populisti al tempo avversati, poi, per non mettersi contro i Cinque Stelle che avevano appena rotto con Salvini consentendo al Partito democratico di tornare imprevedibilmente al governo, strappando una flebile promessa di riforma della legge elettorale. Forza Italia è divisa, e lascia libertà di voto, tra chi nel merito sarebbe favorevole al taglio dei parlamentari e chi, invece, vede la possibilità di un indebolimento del governo e un colpo da assestare ai grillini. Lo stesso per il partito di Renzi, in larga misura ostile a una modifica dal sapore inequivocabilmente grillino, ma anche non dimentico degli appelli passati del leader del partito a favore del taglio dei parlamentari.

In questa commedia degli equivoci, occorre ammettere che gli unici partiti ad aver conservato almeno un briciolo di coerenza sono proprio i Cinque Stelle e il partito di Giorgia Meloni. Ambedue, almeno al momento, perché non si sa cosa può succedere da qui al 20 settembre.

La libertà di coscienza su un fatto così importante come la riforma della Costituzione nasconde la grande paura della politica di scegliere, di trovare un orientamento che duri non solo lo spazio e il tempo della contingenza, o della tattica, o del gioco combinatorio delle maggioranze che si formano e si sfarinano con grande velocità.

Per la paura di scegliere si convocano una, dieci, chissà quante task force a cui viene demandato un compito che dovrebbe essere proprio della politica e di un programma di governo. Per paura di scegliere si convocano faraoniche riunioni di Stati generali che non producono nulla di concreto. Per paura di scegliere, e di rompere un equilibrio fragilissimo, si rimanda all’infinito la scelta di utilizzare i fondi del Mes, più di trenta miliardi, che potrebbero essere utilizzati per finanziare le strutture sanitarie. Per paura di scegliere si scelgono soluzioni confuse, che non sono nemmeno soluzioni, sul tema delle concessioni autostradali, dell’Ilva, dell’Alitalia

Leggi l’articolo completo