27 – 30 luglio

Se si dovesse scegliere un’immagine per descrivere la Social Week, sarebbe quella di un velo che, sollevato dai nostri occhi, ci ha permesso di scorgere ciò che c’è sempre stato ma non abbiamo mai visto. Non siamo dovuti andare lontano, è bastata qualche pedalata e un paio di chilometri in pulmino per incontrare persone, aziende, botteghe, comunità e negozi che, seppur diversi, sono accomunati tutti dalla stessa passione per il magnifico territorio in cui viviamo.
Abbiamo scoperto la realtà delle cooperative, la quale spesso, pur essendo stata dietro casa nostra, ci era rimasta nascosta. Abbiamo così incontrato le persone che ci lavorano e siamo rimasti stupiti dal loro impegno e dalla loro passione.
Continuando ad esplorare il territorio, abbiamo visto cose che nessuno ci aveva mai raccontato. Per primo Alzano, un paese che, attraverso il racconto del suo parroco, ci ha dato prova di essere sì segnato dal virus, ma anche desideroso di unirsi e fare comunità.
Poi siamo arrivati a Zingonia, terra di più di sessanta nazionalità, che pur essendo divisa in più comuni, rimane una comunità attiva, pronta a spendersi in mille iniziative per giovani e famiglie e a trovare, tramite idee innovative, una via di comunicazione con la gente del posto.
Ed infine sono stati l’impegno di una famiglia che ha trasformato un bene confiscato alla mafia in casa di accoglienza per ragazzi, e ancora l’entusiasmo per la legalità di due giovani donne di Libera che ci hanno spinto a credere che già esiste un mondo fatto di tante cose belle.
Questa settimana con le Acli ha acceso in noi una speranza, ci ha fatto guardare il mondo con lo sguardo di un bambino che, appena nato, apre gli occhi per la prima volta.

Gaia e Cecilia,18 anni, Bergamo

31 luglio – 2 agosto

È sempre bello parlare di belle storie. A volte le si intrecciano sul cammino, talvolta è il cammino a farsi storia. Lo è stato anche per la Social Week organizzata dalle Acli di Bergamo, soprattutto nella sua seconda parte, iniziata la mattina di venerdì 31 luglio. Un lungo cammino tra le Orobie, suddiviso in tre giornate con un obiettivo: raggiungere il passo San Marco, estremo confine tra la provincia di Bergamo e quella di Sondrio. Il viaggio ha preso il via presso l’agriturismo Peta di Costa Serina, seguendo l’antica via Mercatorum alla volta di Dossena. Gli imprevisti non sono mancati: ci siamo smarriti più volte, abbiamo ritardato, ci siamo guardati indietro confusi. A Dossena abbiamo potuto intuire grazie all’incontro con il sindaco e con Pino una esperienza virtuosa: un piccolo paese che solo recentemente ha trovato la forza di opporsi allo spopolamento, che i paesi delle nostre valli stanno subendo. Attraverso una cooperativa appoggiata dall’amministrazione comunale si è riusciti a far rivivere il paese, riaprendo un ristorante e un bar, creando posti di lavoro per i giovani, rivitalizzando così i rapporti nella comunità. Famose sono le miniere di Dossena riutilizzate per la stagionatura dei formaggi e che purtroppo non abbiamo potuto visitare per mancanza di tempo. Lasciata Dossena, abbiamo attraversato prati e sentieri  giungendo, dopo varie peripezie, all’ostello Brembo di Camerata Cornello. Le cose che non sono mancate sono state sicuramente il sole battente sulla nostra pelle, i canti che non facevano altro che affiatare ancora di più il gruppo e i nostri passi che si susseguivano all’unisono senza troppe pause.  La giornata si è conclusa sulle rive del Brembo con un momento di condivisione. Il giorno dopo l’ascolto di una canzone ha dato inizio alla giornata di cammino. La mattina l’abbiamo passata percorrendo i 10 km della ciclabile che collega Camerata Cornello a Olmo al Brembo, dove abbiamo pranzato ancora in riva al fiume Brembo.  I chilometri da fare per raggiungere il secondo punto d’arrivo, il rifugio Madonna delle Nevi, sono stati tanti e in salita. Anche quel pomeriggio ci siamo persi per un sentiero non segnato, e per di più sotto la pioggia. Tramite la via Priula, un antico sentiero costruito dai veneziani  500 anni fa, siamo giunti al rifugio. Dopo esserci sistemati nelle nostre camere e aver cenato, verso le 22 di sera, c’è stato uno dei momenti più toccanti di tutto il viaggio. Ci ha accompagnati don Chicco Re che quella sera ha celebrato la messa e ha aperto successivamente uno spazio di condivisione personale. In seguito in una stanza che il rifugio ci ha lasciato, c’è stato un piccolo momento di karaoke cimentandoci nei generi più disparati. La musica, così come il viaggio, sono stati dei fili conduttori per tutto il cammino. Le note ci tenevano compagnia, il sentire cantare canzoni da qualcun altro ci dava conforto e ci strappava un sorriso anche quando le gambe sembravano non reggere. Il mattino seguente abbiamo lasciato il rifugio. Finalmente entro quella mattina avremmo raggiunto il nostro obiettivo: il passo san Marco. Dopo 2 ore di salita ci siamo arrivati: avevamo concluso il nostro viaggio, fatto di salite, fatiche e sorrisi. Poi di nuovo in discesa verso Averara dove ci ha accolti Giuseppe, un amico delle Acli di Bergamo. 94 km, 3000 m di dislivello e qualcosa che resta. C’è stato il tempo adatto, affinchè le storie di perfetti sconosciuti si intrecciassero, dando la sensazione di conoscersi da anni come un filo invisibile che tiene legati e grazie al quale siamo riusciti a superare i nostri limiti. Con la speranza di essere “quei pazzi che venite a cercare”.

Federico Magni, 20 anni, Dalmine