di Daniele Rocchetti
santalessandro.org
06 agosto 2020

Intervista con il priore frère Alois

“La storia della mia famiglia è quella degli emigrati dall’Est. Dopo la guerra, i miei, una famiglia di agricoltori, lasciarono la Cecoslovacchia per la Germania. Quella dell’emigrazione, dello sradicamento, è una ferita che la mia famiglia si porta dentro. Poi ho continuato più a Ovest, verso la Francia, verso Taizé. Qui però ho compreso che si possono curare le ferite della storia. E che come cristiani possiamo aiutare a sanarle. Per me, tornare nei Paesi dell’Est era un modo per contribuire all’edificazione dell’Europa.” A raccontarmi questo è frère Alois, priore della comunità monastica di Taizè dal 16 agosto 2005, da quella sera che, riuniti i fratelli con 2500 giovani provenienti da tutto il mondo, il fondatore di questa straordinaria vicenda spirituale, venne ucciso durante la preghiera dei vespri. Sono passati quindici anni eppure la comunità ha retto con coraggio il cambio. Frère Alois era già stato scelto nel capitolo della comunità sette anni prima. “Quando frère Roger mi ha chiesto, molto tempo fa, di prepararmi ad assumere la responsabilità della comunità dopo di lui, non mi ha dato istruzioni; non mi ha detto come dovevo esercitare questa responsabilità; ma mi ha lasciato queste parole:

Per il priore, come per i fratelli, il discernimento, lo spirito di misericordia, una bontà inesauribile del cuore, sono doni insostituibili”.

Frère Alois svolge questo ministero a Taizé ed anche visitando i fratelli che vivono in piccoli gruppi in Brasile, Bangladesh, Corea, Senegal e Kenya: “Una ventina di nostri fratelli vivono in piccole fraternità in altri continenti. Grazie a questo, vogliamo essere vicini ai poveri e creare ponti tra culture diverse.”

Questo è il testo di una lunga intervista che mi ha recentemente concesso.

Come la comunità ha vissuto il tempo della quarantena?

Per noi l’accoglienza fa parte del cuore di ciò che vogliamo vivere: dunque era difficile rinunciarci, a metà marzo, all’inizio del lockdown. Anzi, l’accoglienza ci era indispensabile. Ci siamo divisi, già all’inizio, in otto gruppi, per non essere troppo numerosi a tavola e nei momenti di preghiera. Questo ci ha permesso di scoprire la nostra vita diversamente. C’era più tempo per gli scambi fraterni, per vivere la gratuità… una specie di tempo sabbatico vissuto insieme.

In questo periodo, siamo stati portati a proporre molte iniziative “online” per esprimere una solidarietà concreta sul piano spirituale. Già prima del lockdown in Francia, i nostri amici italiani ci domandavano di diffondere la preghiera su internet : in questo modo, da metà marzo fino a Pentecoste, abbiamo potuto trasmettere tutte le sere la preghiera, sul sito e sulle reti sociali di Taizé. La cosa è stata molto apprezzata da diverse persone e per noi era molto forte pensarci in comunione con gente del mondo intero. Molte persone hanno condiviso la loro sofferenza con noi.

Conservo il ricordo di una famiglia di Bergamo, la signora è medico. Era andata allo stremo delle sue energie. Ci ha scritto una lettera molto commovente. Ci sentivamo impotenti, ma abbiamo pregato. Ho pensato spesso anche, nella mia preghiera, alle donne e agli uomini confinati in un piccolo spazio vitale. Infine tutto questo ci ha portato a interrogarci sulle nostre risorse in quanto comunità. Noi non riceviamo donazioni, viviamo soltanto del nostro solo lavoro. Ma quando il punto vendita è rimasto chiuso per dei mesi, lo si è sentito immediatamente. Abbiamo cercato altri modi per guadagnarci da vivere. I fratelli hanno messo in atto una bella dose di creatività.

Questo tempo di isolamento cosa può aver “insegnato” all’uomo contemporaneo?

Anzitutto, penso che la pandemia del Covid-19 ci ha richiamato fortemente la nostra fragilità umana. Questo virus microscopico ha obbligato più della metà degli abitanti del pianeta a restare reclusi per settimane: questo ha certamente un’enorme importanza. Inoltre, un grande insegnamento di questo periodo riguarda la solidarietà, vissuta a livello locale, ma anche su vasta scala. Forse non lo si è sottolineato a sufficienza, ma è notevole che la quarantena imposta sia stata accompagnata da molti gesti concreti di attenzione, soprattutto verso persone anziane o fragili. Sono tutti segni di speranza.

Infine ciò che dicevo della comunità, penso anche che molte persone l’hanno provato : l’isolamento è stato un’opportunità, per riconcentrarci sull’essenziale, per semplificare i nostri modi di vivere. All’indomani della crisi pandemica c’è motivo di credere che le disuguaglianze aumenteranno ancora, che la ripresa economica avrà luogo senza che si metta in conto l’urgenza del clima. Ma abbiamo anche un’immensa opportunità di interrogarci sull’avvenire che desideriamo avere. Saremo capaci di cogliere questo momento ?

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