di Chiara Lalli
Corriere della Sera
31 luglio 2020

Oggi viviamo meglio oppure hanno ragione quelli che credono in un paradiso perduto e nel costante peggioramento delle nostre esistenze? Come distinguiamo una persona affidabile da un ciarlatano? Quanto pesano le nostre credenze politiche? La violenza sulle donne è in aumento? Queste domande e moltissime altre che potrei aggiungere hanno a che fare con i dati e con il nostro difficile e a volte adolescenziale rapporto con la realtà. È sempre stato così o siamo peggiorati? Quali sono i nostri errori più comuni? Durante la pandemia ho riletto l’ultimo libro di Marzio Barbagli, Alla fine della vita (Il Mulino, 2018) che comincia proprio con un capitolo sulle epidemie e che risponde anche ad alcune delle domande che ci siamo fatti in questi ultimi mesi sulla morte e sulla mortalità, sulle malattie e sulle paure — succede solo con i libri più belli: rispondono a domande che non hai ancora formulato.

La decostruzione delle false verità

Ricordavo bene dalla precedente lettura la meticolosa decostruzione di alcune credenze molto diffuse, prima di tutto quella secondo la quale nascondiamo e neghiamo la morte molto più di quanto accadeva nel passato. Barbagli è professore emerito di sociologia, autore di molti altri libri e di ricerche sulle famiglie, sull’immigrazione, sulla criminalità e sulla scuola – solo per fare alcuni esempi. Qualunque sia l’argomento, ci sono sempre almeno due aspetti nelle sue opere, che sono poi strettamente correlati: il rigore metodologico e l’attenzione ai dati. Quando parliamo, la prima domanda che gli faccio è perché abbiamo tanta difficoltà nel rapporto con la realtà e perché spesso trascuriamo o non sappiamo proprio leggere i dati.

Il problema dello scollamento tra realtà e percepito si deve anche ai dati male interpretati o distorti: «La ricerca non è considerata interessante quanto mette in dubbio quello che pensavi inizialmente, ma quando conferma – e deve confermare – quello che tu già pensi sulla base della tua storia personale e di altri motivi che in parte coincidono con le tue idee politiche»

«La definizione stessa della realtà è difficile e controversa. Se parliamo di fenomeni più specifici, come il rapporto tra l’immigrazione e la criminalità o il tasso di fecondità, è difficile far passare certe idee perché la lettura di queste realtà è molto influenzata dalle idee politiche e dalle ideologie. Oggi è comune affermare che in Italia c’è un problema di bassa natalità, ma alcuni anni fa non lo era affatto. Non è una caratteristica esclusiva del nostro Paese. Anche se non è facile fare confronti internazionali, è normale – anche se deprecabile – che i valori e la concezione del mondo influiscano sulla lettura dei dati».

I social media poi esasperano questa tendenza un po’ tribale. Potremmo fare molti esempi di come una credenza o un’appartenenza politica ci mettano in difficoltà rispetto ai dati.
«Sono mondi diversi. Da un lato c’è quello della scienza e dei ricercatori, dall’altro quello dei social che i giornalisti prendono molto sul serio, anche perché sono informazioni che si ricavano facilmente. Poi c’è il mondo di chi frequenta gli amici e non i social e quello dei giornali più autorevoli. In questi mondi il rapporto con la “realtà” e con i dati è molto diverso. Anche nel mondo della scienza ci sono casi in cui c’è molta incertezza – basta pensare al Coronavirus. Non è sorprendente, lo è solo per chi non sa come procede la scienza e domanda “‘è una scienza esatta o no?”. Nessuna scienza è esatta. Si procede per approssimazioni e per ipotesi, per proposizioni probabilistiche. Chi fa ricerca lo sa, e sa che le ipotesi possono essere smentite».

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