di Luigino Bruni
Avvenire
25 luglio 2020

Homo viator. Per decine di millenni l’homo sapiens è stato nomade e viandante. Seguivamo il ritmo delle stagioni e delle fioriture, inseguivamo la pista del daino e del bisonte, tornavamo assetati all’oasi e alla sorgente, esperti delle transumanze. Lo abbiamo fatto per sopravvivere, correvamo per fuggire alla morte. Poi, a un certo punto, in quel territorio solcato e segnato dai soli tempi naturali della vita, abbiamo iniziato a scoprire spazi diversi, a riconoscere luoghi speciali; e abbiamo iniziato a segnare rocce, a erigere steli, costruire altari. Nacque il sacro. Lungo le antiche piste iniziammo così a fermarci non solo per raccogliere, cacciare, ripararci, bere; cominciammo a fermarci in altri luoghi perché attratti da una presenza spirituale che lì si manifestava e mutava il paesaggio. Lo spazio divenne qualità. Da quel momento non ci bastò più mangiare, ripararci, bere e riprodurci. Non ci bastò più camminare sulla traccia del cervo. Volevamo conoscere il mistero della cerva e dei suoi percorsi, scoprire dove finivano dopo la morte coloro che amavamo, sapere chi muoveva il sole e le altre stelle. Iniziammo a fare domande nuove alle cose, e così cominciammo a vedere gli dèi. Il mondo cambiò per sempre, si riempì di parole mute, di linguaggi nuovi, di simboli. Tra di noi parlavamo lingue elementari, erano sufficienti per coordinarci alla caccia e allevare i bambini. Ma imparammo lingue nuove per parlare con la natura, con i demoni e con gli angeli – molte, quasi tutte le abbiamo dimenticate mentre rendevamo potente il linguaggio inter-umano, perché quelle altre lingue potevano vivere solo sulla debolezza della nostra.

Sono trascorsi millenni, siamo cambiati molto, ma non abbiamo mai smesso di camminare. Per le guerre, per i commerci, ma abbiamo continuato a camminare anche per vedere Dio nei suoi luoghi. Quando si giungeva alla soglia del tempio si entrava in un altro tempo, si sentivano vivi i nostri morti, ci sentivamo parenti dei santi, ci venivano donate ali d’aquila per spiccare folli voli fino a sfiorare il paradiso. Quella soglia era la porta del cielo, solo toccarla significava vincere la morte: solo per qualche ora, ma vincerla veramente. Ci dimenticavamo il dolore del vivere, ci scordavamo di essere poveri, e in quei giorni il nostro cuore provava l’ebrezza di trovarsi alla stessa altezza di quello degli angeli. Insieme a nuove paure, imparammo nuove gratitudini. L’esperienza del sacro era l’esperienza del sublime, quindi transitoria, puntuale, incarnata nello spazio e nel tempo, avveniva solo lì, e quindi presto terminava. Ed era meraviglioso, qualche volta pauroso, sempre tremendo. Era meravigliosa perché eccezionale e stra-ordinaria. Talmente eccezionale e straordinaria che persone e comunità non di rado naufragavano e annegavano in questo mare.
Per questo non c’era viaggio più amato del pellegrinaggio; ci piacevano le case eleganti e immaginate dei signori, ma soprattutto ci piaceva la casa di Dio: «Quanto amo, YHWH Sabaot, la tua dimora! L’anima mia langue e si consuma in sospiri per i tuoi atri. Cuore e sensi danzano, la mia gioia cresce via via che mi avvicino al Dio vivente» (Salmo 84, 2-3). Quanto amo, quanto è amabile, che delizia è la tua dimora: parole diverse per dire la bellissima parola ebraica che troviamo anche nel nome di David, nel canto d’amore di Isaia (5,1), nel Cantico, nei salmi nuziali (45). Non c’è nella Bibbia parola più intensa per dire amore di desiderio, il movimento del cuore – il salmo 84 è il canto di un innamorato.

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