di Massimo Recalcati
Repubblica
3 Luglio 2020

Il rapporto dell’Istat descrive un Paese che rischia di perdere il suo futuro: la precarietà sociale frena fatalmente il desiderio di avvenire. Uno dei dati più sintomatici è il previsto brusco calo della natalità. Mettere al mondo un figlio è infatti un gesto che implica una quota di fiducia necessaria nei confronti dell’avvenire. Ma a questa fiducia, sotto i colpi dell’epidemia e delle sue conseguenze sociali ed economiche, è subentrata la paura. Dare la vita ad un figlio è un gesto che ribadisce che gli esseri umani, come diceva Hannah Arendt, non sono fatti per morire ma per nascere.

Se la vita perdesse il suo legame profondo con l’evento della nascita non sarebbe più vita umana. L’intrusione traumatica del Covid ha frantumato le nostre comunità è ha inevitabilmente traumatizzato la nostra fiducia nel futuro. L’angoscia persecutoria del contagio ha lasciato progressivamente il posto a una angoscia depressiva: il futuro rischia di diventare un oggetto malinconicamente perduto.

In fondo ce lo chiediamo tutti: ritroveremo davvero il mondo come lo amavamo prima?

Nel buio che ci circonda e che rischia di diventare sempre più fitto, la comunità che ha dato maggiore prova di resistenza è stata quella della famiglia. Dopo quella sanitaria la prima risposta alla morte e alla violenza è stata quella offerta, con grande generosità, dalle famiglie italiane. Una comunità tanto trascurata quanto fondamentale ha resistito nel suo compito educativo tenendo silenziosamente e quotidianamente insieme i pezzi di un Paese sgomento.

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