di Luigi Manconi
Repubblica
3 Luglio 2020
È possibile, pur con tutto il peso della frustrazione e dello sconforto, battersi e ottenere conquiste, piangere e proseguire il proprio cammino, fare passi avanti e raggiungere mete, magari con il cuore spezzato.

Certo, egli è stato “homo europaeus” come pochi altri, in ragione della capacità davvero rara di far convivere, anche drammaticamente, le diverse “radici” che hanno dato vita a quel sentimento di comunità, prima ispirazione di una possibile identità europea. Alcuni elementi della sua biografia risultano davvero rivelatori. Negli anni giovanili fondò una rivista, il cui titolo Die Brücke (ovvero Il Ponte), anticipava il connotato essenziale della sua vocazione e, allo stesso tempo, la bozza di una categoria politica – il ponte, appunto – che avrebbe contribuito a elaborare e ad adottare come essenziale modello di azione pubblica; e come paradigma di una concezione matura delle relazioni individuali e collettive. Nato a Vitipeno, in provincia di Bolzano, il 22 febbraio del 1946, Langer vive, nel 1981, una importantissima esperienza politica che avrà un significato – simbolico e materiale – assai rilevante in quella parte d’Italia. E che funzionerà come modello di azione ad altissimo contenuto pedagogico e valoriale. Quell’anno, si aprì una fase di tensione particolarmente acuta a causa delle rivendicazioni della Volkspartei (il partito di raccolta della minoranza del Sudtirolo). Venne indetto un censimento etnico che chiedeva a ogni cittadino di dichiarare obbligatoriamente la propria appartenenza a uno dei tre gruppi (tedesco, italiano o ladino), pena la privazione di alcuni fondamentali diritti politici. Nella convinzione che le identità e le diversità potessero essere tutelate senza meccanismi di irregimentazione e selezione, Alex non solo rifiutò di registrarsi, ma fu tra quanti promossero una forma di disobbedienza che infine coinvolse moltissimi cittadini. Come si vede, l’immagine del ponte (a Bolzano tra italiani, ladini e tedeschi, e, poi, in mille altre esperienze), non ha l’evanescenza di una metafora letteraria, bensì la potenza di un’azione pratica che prevede l’abbattimento dei muri, quelli fisici e quelli mentali, come premessa di una maggiore libertà e condivisione e – parola frequentata da Langer – convivialità.

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