di Marco Dotti
Vita
1 Luglio 2020

L’emergenza Covid-19 ha suscitato molto dibattito sulla logistica e l’utilmo miglio della distribuzione. Ma lo sfruttamento nel cosiddetto “primo miglio”, soprattutto nel settore agricolo, non si è arrestato, tutt’altro. Ne parliamo con il sociologo Marco Omizzolo, ricercatore Eurispes, da anni impegnato sul tema, in particolare nell’ambito dello sfruttamento della manodopera straniera e italiana nell’Agro Pontino.

Il tema delle agromafie, dello sfruttamento del lavoro, delle responsabilità delle filiere sono un tema cruciale per il nostro Paese: a che punto siamo?
Sta ormai entrando a sistema in maniera sempre più puntuale quella che può essere considerata la legge più importante in Italia e in Europa contro lo sfruttamento lavorativo e il caporalato che è la legge 199 del 2016. Una legge che, peraltro, nasce anche grazie alla spinta straordinaria dello sciopero che abbiamo organizzato a Latina il 18 aprile del 2016 insieme alla Flai Cgil, con oltre cinquemila braccianti indiani che deciso di iniziare un cammino di giustizia e verità contro sfruttatori, padroni e padrini loro connazionali e italiani. Una norma importante applicata purtroppo soprattutto nei suoi aspetti repressivi. Questo significa che le forze dell’ordine e le procure, molto più della politica, possano intervenire su questo sistema criminale in modo determinato attraverso arresti, sequestri e, poi, processi. Quella norma purtroppo non è applicata nei suoi aspetti preventivi e riorganizzativi. In questo Paese è ancora più facile arrestare che organizzare una filiera pulita e trasparente. L’opacità quando diventa sistema ed economia è difficile da superare se non c’è una volontà politica univoca e chiara. E questa anche a livello territoriale purtroppo ancora latita.

Che cosa significa in termini concreti?
Significa che continuiamo a rincorrere anche se più e meglio di prima il problema e le relative agromafie. Attenzione, però: il problema è di natura sistemica. Non parliamo di forme di sfruttamento marginali, episodiche, eccezionali e che riguarda solo alcuni territori. Esse invece ormai caratterizzano in maniera trasversale il mercato del lavoro e, soprattutto, il lavoro agricolo in particolare dei migranti.

Lo scorso anno, secondo i dati di Eurispes, il business delle agromafie è stato di circa 25 miliardi di euro e la sua articolazione coinvolge non solo il settore della produzione ma anche quello della logistica, del commercio, dei grandi mercati ortofrutticoli, della trasformazione e della grande distribuzione organizzata. Una montagna di denaro che va a finanziare i sistemi criminali, compresi quelli mafiosi, e che caratterizza tutta la filiera agroalimentare nazionale e a volte anche internazionale. Pensiamo al recente intervento delle forze dell’ordine in Calabria e Basilicata, dove gli sfruttatori si permettevano di chiamare “scimmie” i lavoratori africani, dando loro da bere l’acqua dei canali di scolo.

Un altro esempio ci viene dal Pontino, dove il 23 aprile 2020 una importante azienda agricola è stata sequestrata: vi lavoravano quasi un centinaio di persone, migranti ma anche donne italiane, pagate tra 500 e 800 euro per lavorare anche 12 ore al giorno, tutti i giorni del mese, senza le misure di sicurezza necessarie. Erano reclutati mediante caporale e trasportati con furgoncini molto pericolosi. Vittime di caporalato, ma di un caporalato sistemico. Lo stesso è accaduto a Forlì qualche settimana fa, dove sono state liberate dalle catene dello sfruttamento circa 40 persone, prevalentemente pachistani che lavoravano 14 ore al giorno per 50 euro al mese…

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