di Enrico Letta
Avvenire
23 giugno 2020

Ci sono, in questa raggelante assuefazione alla morte, le conseguenze di una perdita di senso che ha interessato la gran parte delle società europee negli ultimi anni e che viene da lontano. Siamo da tempo anestetizzati al dolore. E in larghi strati di quella che definiamo coscienza europea pare ancora cogliersi un’accettazione acritica, senza troppi interrogativi etici, del danno collaterale rappresentato dalle “vite di scarto”. Prima i migranti, poi gli anziani, i poveri, le minoranze nelle periferie degradate. In una parola: i vulnerabili. Quali che siano le cause sociologiche di questa deriva, il trauma Covid, una volta metabolizzato fino in fondo, può tuttavia costituire uno spartiacque. Per la violenza e la rapidità con cui ha aggredito Paesi da decenni sostanzialmente immuni a grandi tragedie collettive. E per la pervasività del virus che ha attraversato frontiere, divelto steccati sociali, sovvertito certezze sulla solidità del nostro modello di sviluppo e benessere. Benché non paragonabile per distruttività materiale a una guerra, la crisi Covid ne replica, però, i tratti della “cesura” storica: un taglio netto, drammatico, rispetto al “mondo di prima”, ma anche l’occasione positiva, rigenerante, di ricostruire le società europee su basi nuove. In questo «passaggio epocale», per richiamare la definizione di Papa Francesco, la prima lezione da cui ripartire in Europa è che «tutti dipendiamo da tutti»: all’interno delle società e tra Stati membri.

Dai comportamenti di ciascuno discendono le sorti degli altri. È, a ben vedere, un inno al nesso inscindibile tra persona e comunità, una chiamata alle ragioni della solidarietà e della sussidiarietà. Ad essa si ricollega la seconda lezione che, più che un monito, è un richiamo al senso profondo dell’Unione: pur con tempistiche e soluzioni diverse, infatti, nel complesso i grandi Paesi europei, messi di fronte alla scelta drammatica tra la tutela della vita e le ragioni dell’economia, hanno prevalentemente optato per la prima, benché consapevoli delle ricadute che questa decisione avrebbe avuto sull’economia e sul lavoro. Di nuovo: la persona, con i suoi diritti non negoziabili, al centro. E il confronto con quanto avvenuto altrove (negli Stati Uniti, in Russia o in Brasile) pare suffragare l’auspicio del cardinale Martini che preconizzava la trasformazione della proiezione globale dell’Europa a un ruolo di «faro morale e culturale». Da una influenza economico–politica di matrice novecentesca, a una ritrovata centralità conquistata in virtù del nostro essere «potenza di valori». Declinare politicamente questa “potenza di valori”, e farne la bussola della ricostruzione in uno scenario rivoluzionato dalla pandemia, è compito delle classi dirigenti europee. La reazione alla crisi Covid delle istituzioni comunitarie sembra muoversi in questa direzione. Prima la Banca centrale europea, poi la Commissione, con una rapidità e una forza d’urto senza precedenti, hanno lanciato tre messaggi fondamentali.

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