di Enzo Manes
Il Corriere della Sera
19 giugno 2020

Fa bene Ferruccio de Bortoli a spronare gli imprenditori perché si impegnino di più sui temi del capitale umano e della formazione della classe dirigente. Va dissipato il sospetto che sia un argomento che nel mondo dell’impresa suscita solo tiepido interesse. È un’illusione che chi vive sui mercati internazionali possa ignorare la condizione delle nostre istituzioni formative, e cavarsela comunque mandando i figli a studiare all’estero. Chi lo pensa sega il ramo su cui è seduto: un Paese che non investe in educazione, ad ogni livello, è un Paese che condanna al declino (anche) la propria economia. È inevitabile, vista la complessità e la densità cognitiva richiesta oggi dalle imprese, vecchie e nuove.

La società della conoscenza ha trasformato la produzione industriale e il mondo dei servizi, spostando sempre di più la competizione sul versante dei saperi e delle competenze. Se un Paese non forma adeguatamente e con lungimiranza i propri giovani, nel giro di un paio di decenni, o anche meno, il know-how produttivo ne farà le spese e ci ritroveremo con un sistema industriale impoverito e incapace di stare al passo con la concorrenza internazionale. Quindi, si tratta di un tema rispetto al quale il mondo economico non può restare a guardare. Liberiamoci allora dall’indifferenza che ha portato ad archiviare un anno scolastico come se niente fosse e proviamo a rispondere alla sollecitazione di de Bortoli: quale responsabilità deve assumersi la classe dirigente imprenditoriale, la parte più ricca e internazionalizzata del Paese? Come può prendersi cura del bene comune, intervenendo sul versante dell’educazione?

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