di Rosanna Virgili
Avvenire
15 giugno 2020

«Giornata mondiale dei poveri» è chiamata la domenica che quattro anni fa fu istituita da papa Francesco per richiamare l’attenzione dei cristiani alla cura dei poveri. Non è, quindi, un’attenzione che si concentra su un concetto astratto – come potrebbe essere una “giornata per la povertà” – ma che si interfaccia coi volti reali dei poveri, quelli antichi e quelli nuovi, quelli degli affamati e i senzatetto che sono stati sempre con noi e quelli che sono spuntati, numerosi, in questo tempo di pandemia e si indovinano dietro le serrande abbassate, i negozi chiusi, i tavolini dei bar deserti. «Nella tristezza che vediamo anche qui, nel centro di Roma» come ha detto l’arcivescovo Fisichella, dando presentazione del Messaggio del Papa per la Quarta Giornata mondiale dei poveri. Essa si celebra nella domenica che precede la solennità di Cristo Re, una data che potrebbe sembrare inappropriata per una liturgia dedicata ai poveri: la figura del Cristo che risplende in tutta la sua ricchezza, in vesti bianchissime, nella gloria del Regno dei cieli sembra a una distanza polare dai volti dei poveri, dalle buie alcove dove vanno a rintanarsi, dai loro stracci impresentabili, dalle loro pene e dalle loro vergogne. Ma l’estro evangelico ha fatto dei poveri i titolari del Regno dei Cieli: «Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei Cieli», ha osato dire Gesù all’inizio della sua vita pubblica e il papa Francesco ha còlto appieno quell’audacia.

Non c’è fede biblica, non c’è Dio dei cristiani né concezione del mondo e dell’umano senza l’inclusione degli altri, senza la percezione che sulla terra siamo un unico corpo formato da tante membra e nessuna può essere espunta senza che l’intero organismo ne risenta. «Tendi la tua mano al povero»: così comincia il Messaggio del Papa, con una citazione dal libro del Siracide (7,32) che spiega icasticamente l’anima intera della premura della Chiesa per i poveri, dell’urgenza evangelica verso di loro e del dovere morale di non dimenticarsene mai. Perché quello dei poveri non è un tema a sé stante che potrebbe saper di retorica; i “poveri” sono quegli occhi, quelle esperienze umane, quei mucchi di vita negata e quelle rughe di inciviltà che rivelano il modo in cui tutti noi, famiglie, comunità, popoli e nazioni, viviamo le nostre relazioni, scriviamo regole e leggi, stabiliamo diritti e doveri. I poveri sono lo specchio dei nostri stili di vita, di tutto ciò che facciamo con le mani.

E proprio concentrando la sua riflessione sulle mani tese, il Papa getta un cono di verità sugli intrecci di cui è fatta la società umana e che trovano luce dalla presenza dei poveri. L’elenco delle esemplificazioni inizia dai legami di bontà, dai vincoli d’amore che son stati perle di gioia, balsami di grazia per i ‘poveri’ della pandemia: le mani tese dei medici, degli infermieri, degli amministratori, dei sacerdoti, dei volontari. Mani di maghi che hanno saputo trasformare i deboli, gli impotenti, in persone libere e liberate, più felici di un re! La loro solerte tenerezza ha sanato, ammorbidito, salvato dall’abbandono e dalla paura. Alla potenza delle mani tese nella supplica e nell’impegno verso i poveri, il Papa contrappone le mani tese di chi, con apparente innocenza, getta la vita di tanti nella condanna, nella maledizione. Dure sono le scene concrete che vanno a dare esempio di queste mani tese all’incontrario, rispetto alle prime, che distruggono la dignità ‘regale’ di ogni creatura umana, rendendola inumana e schiava.

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