Daniele Rocchetti per Famiglia Cristiana

Secondo il presidente delle Acli di Bergamo, epicentro italiano dell’epidemia, il virus ci ha messo di fronte alla precarietà della nostra condizione e del modello sociale in cui vivevamo

«Le bare sui camion militari, esposte alla vista di tutti, sono state una tragica esperienza collettiva che ha frantumato la pretesa onnipotenza del nostro tempo. Noi tutti eravamo abituati a nascondere la nostra precarietà e vulnerabilità nel privato, come se riguardasse gli altri e non noi o, viceversa, noi e non gli altri. Invece, abbiamo brutalmente imparato che esiste una dimensione comune della vulnerabilità e della fragilità». Daniele Rocchetti è il presidente delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) della provincia di Bergamo, l’epicentro italiano dell’epidemia di Covid-19. La tragedia l’ha toccata con mano e continua a vederne le conseguenze ancora in questi giorni, nelle ferite psicologiche della sua gente, che chiederanno molto tempo per guarire, ma anche nella disperazione di chi si presenta agli sportelli dei patronati e non sa come pagare le bollette o rischia la bancarotta della propria piccola attività. «Sono state settimane segnate da una precarietà che è entrata prepotente in tutte le case, ha attraversato la vita di tutti noi», racconta Rocchetti. «Anche se la mia famiglia non è stata direttamente colpita dal virus, ci sono stati tanti malati e morti tra amici e conoscenti. Abbiamo perso alcuni volontari storici delle Acli, tra i quali un cooperante che aveva solo 50 anni. In brevissimo tempo, sono venute a mancare molte figure comunitarie persone che hanno reso bella la vita dei nostri territori: sacerdoti, medici di base, infermieri, insegnanti, volontari della protezione civile, alpini, allenatori, geologi, sindaci, animatori dell’oratorio, maestri di canto, esperti di presepi, catechisti e tanti altri. Se ne è andata, brutalmente, una generazione di donne e uomini che hanno costruito ponti, creato legami, cucito relazioni. Moltissime persone sono morte in corsia da sole. Non vi è stato il tempo di un saluto, di un cambio di abito, di una sepoltura, per chi lo desiderava, nella terra. Solo la consegna dell’urna con le ceneri. Nei giorni peggiori, a Nembro i preti avevano smesso di suonare le campane a lutto per ogni morto perché sarebbe stata una sequenza continua, un’angoscia intollerabile. Servirà molto tempo per rielaborare questa ferita aperta». Però, quando tutte le certezze sembrano venire meno, «ti accorgi che la parola precarietà ha la stessa radice di “prece”, “preghiera”», osserva Rocchetti. «Sapere di essere precari su questa terra significa che non possiamo bastare a noi stessi: dobbiamo aprirci agli altri e l’Altro». Una realtà per tradizione laboriosa e in prima linea come le Acli non si è tirata indietro, nemmeno nei giorni più drammatici e ora guarda al “dopo”.

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