di Alessandro Rosina
Il Sole 24 Ore
15 maggio 2020

Uno dei motivi più indicati del perché Covid-19 abbia colpito l’Italia settentrionale in modo più severo rispetto al resto del paese è il maggior invecchiamento della popolazione. Altri fattori da considerare – al netto delle modalità con cui è stata gestita l’emergenza – sono la densità della popolazione, la mobilità interna, l’intensità delle connessioni internazionali, oltre che, come messo in luce da varie ricerche, l’inquinamento atmosferico. Da varie parti sono stati chiamati in causa anche fattori culturali.

La Svezia, ad esempio, ha ritenuto di adottare restrizioni meno drastiche rispetto all’Italia per il fatto che il suo sistema sociale pone al centro la combinazione tra autonomia e responsabilità dei cittadini, che si declina con diverse modalità di interscambi familiari intergenerazionali.

In Italia, invece, i giovani rimangono più a lungo nella condizione di figli, sviluppando una forte relazione di muto interscambio e solidarietà all’interno della famiglia che va a compensare le carenze del welfare pubblico. Questo sostegno si estende nelle fasi successive, con l’aiuto dei nonni nell’accudimento dei nipotini e con la cura verso gli anziani fragili che vivono in prossimità dei figli adulti.
Al di là di una possibile sottovalutazione iniziale svedese del rischio di contagio, rimane vero che le differenze culturali e di modello sociale hanno implicazioni sull’esposizione all’interno delle famiglie e tra le generazioni, fornendo anche elementi di riflessione su forza e limiti dei sistemi di welfare nel nuovo scenario.