di Giuseppe Pignatone
La Repubblica
21 maggio 2020

In queste settimane molti osservatori hanno segnalato il rischio che le mafie approfittino della crisi determinata dalla pandemia per espandere non solo le attività criminali, ma anche la presenza nell’economia legale, al fine di riciclare denaro e di sviluppare le loro “relazioni esterne”, ovvero quella rete di rapporti con imprenditori, politici, amministratori, funzionari e altre categorie che definiamo di solito “area grigia”. Una rete che costituisce la vera forza delle mafie e che è basata su precisi calcoli di reciproca e inaccettabile convenienza.

È chiaro che per contrastare questi rischi sarà decisiva innanzitutto l’entità, l’efficacia e la rapidità delle azioni di sostegno ad aziende e famiglie, già adottate o preannunziate anche a livello europeo. Non si può però condividere l’idea che la mafia sia invincibile e che i mafiosi siano i più capaci nell’elaborare raffinate strategie, tali da anticipare e piegare a proprio vantaggio i cambiamenti. Come ha scritto di recente lo storico Isaia Sales, «non c’è un cervello criminale unico che indirizza i mafiosi ad aggiornare le strategie quando “cambiano i tempi”. I cambiamenti delle mafie sono invece necessitati o dalle risposte repressive o dalle nuove opportunità che a esse si presentano». E infatti tutte le mafie hanno vissuto, nella loro lunga storia, anche periodi di profonda crisi. Sappiamo cosa occorre fare sul piano repressivo: nel rispetto assoluto delle leggi, devono continuare senza cedimenti le indagini, i processi, le confische. Ma lo Stato e la società civile hanno altri strumenti preziosi per impedire alle mafie di trarre profitto “dalle nuove opportunità” determinate dagli effetti disastrosi che la pandemia sta avendo e avrà sulla situazione economica.

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