di Luca Maver
Educatore Coop Il Pugno Aperto
22 maggio 2020

Mi chiamo Luca e sono un educatore professionale.

A gennaio di quest’anno sono ormai 10 anni che faccio questo lavoro e, in 10 anni, ho visto moltissimi bambini e ragazzi diversi tra loro. Lavoro soprattutto sulla fascia dei preadolescenti e adolescenti, una fascia d’età difficile e complessa ma determinante per la vita di un ragazzo. L’adolescente medio è la tipica persona dinamica e sempre attiva, sempre in giro e, conoscendoli, anche loro stanno faticosamente vivendo questo periodo di quarantena e di chiusura. Il lavoro educativo, come del resto la vita di un adolescente, si basa sul rapporto umano e vive di contatti, relazioni, emozioni.

L’arrivo del virus, il contagio senza freni e la conseguente chiusura di qualsiasi luogo (come uno spazio giovani, un oratorio, uno spazio compiti) in cui anche una piccola relazione poteva essere costruita ha rivoluzionato completamente il lavoro educativo.

Dopo i primi giorni di naturale smarrimento la situazione mi ha obbligato a cambiare modo di pensare e di lavorare e si è cercato di procedere per gradi; l’obiettivo era sempre quello di mantenere o creare il rapporto educativo che, però, risultava (e risulta tutt’ora) veicolato da un pc o uno smartphone.

All’inizio c’era entusiasmo; ritrovarsi insieme in 10, 20, 30 in videochiamata era caotico ma ti permetteva di dimenticarti momentaneamente della situazione. Non tutte le scuole poi non si erano ancora attrezzate e quindi, per alcuni ragazzi, il mezzo della videochiamata era addirittura una novità.

Poi la quarantena è aumentata, anzi è diventata più restrittiva. La situazione è peggiorata e si è entrati nella fase più delicata. Come tutti noi anche gli adolescenti hanno subito il colpo ma, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, sono quelli che hanno maggiormente rispettato la situazione e il contesto. Ho notato molto questo aspetto di attesa nelle videochiamate con loro, che nascondeva una sofferenza interna che non tutti sono abituati a mostrare o raccontare. E allora via ai “giochi da quarantena” con i classici “taboo” e “nomi, cose, animali” rivisitati per l’occasione, per cercare di trovare un po’ di normalità, di vicinanza seppur distanti, un sorriso oltre quelle webcam spesso spente.

La situazione instabile porta inevitabilmente a pensare al futuro. L’estate rappresenta un momento importante per un educatore perché dà la possibilità di costruire, attraverso i C.R.E. e le varie attività estive, diverse relazioni da poter coltivare anche durante il resto dell’anno. Siamo anche noi in attesa della possibilità di poter rendere “normale” per bambini, ragazzi e adolescenti un’estate che non si preannuncia molto facile da vivere.

Come lavoratore ho subito anche io il duro colpo del lockdown: in un’attività dinamica e attiva come la mia, l’essere bloccato a casa è stato molto difficile da gestire, soprattutto dal punto di vista psicologico ed economico (per avere un monte ore alto e quindi uno stipendio adeguato, è necessario avere più servizi, inevitabilmente chiusi). Fortunatamente ci sono le soddisfazioni perché, nonostante sia difficile costruire o mantenere una relazione educativa attraverso uno schermo, se trovi nella videochiamata i 10, 20, 30 ragazzi che trovavi all’inizio della quarantena vuol dire che il tuo lavoro sta, tuttavia, portando i suoi frutti.