Rifiuti e scarti

Giovedì 21 Maggio

 

Con

IN BREVE

IL PANNELLO DELLA MOSTRA “SULLA CURA DELLA CASA COMUNE”

L’ARTICOLO

Come sopravvivere ai rifiuti
Internazionale.it

Gli uffici della Miniwiz al centro di Taipei hanno tutti i segni caratteristici di una startup dinamica e lanciata. Il grande open space al quattordicesimo piano di un edificio di soli uffici, da cui si apre la vista sulla capitale di Taiwan, è pieno di giovani alla moda accalcati intorno a schermi di computer. Nell’area comune al piano inferiore si possono trovare una console per videogiochi, un tavolo da ping-pong e un canestro. La sensazione di non essere di fronte alla solita impresa di e-commerce, però, deriva dai sacchi pieni di vecchie bottiglie di plastica, cd e filtri di sigaretta differenziati con estrema cura.
Invece di commerciare prodotti virtuali nuovi di zecca, la Miniwiz trae i suoi guadagni dal dare nuova vita e nuovo utilizzo ai rifiuti. Le sedie della sala conferenze, all’inizio della loro vita, sono state bottiglie di plastica, imballaggi alimentari, barattoli di alluminio e suole di scarpe.
La parete trasparente che separa quest’area dagli uffici del direttivo deve il suo aspetto simile all’ambra a un mix di plastica riciclata e crusca. Il caffè è servito in bicchieri ricavati da schermi di iPhone rotti.

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IL LIBRO

La cultura del rifiuto

di Pio Canu

In natura il rifiuto non esiste. Il rifiuto di un organismo diventa risorsa per un altro. Tutto viene riciclato. La paura del rifiuto ci impedisce di vederlo come una risorsa. Per superare la paura del rifiuto, dobbiamo necessariamente prendere e sposare l’esempio della natura. L’economia circolare, ispirandosi alla natura, ci consegna un modello di sviluppo altamente sostenibile, invitandoci a rispettare il pianeta per rispettare noi stessi. Spesso si sente parlare di “rifiuti zero”. Un concetto affascinante ma di fatto inesistente. Esistono invece i rifiuti che rappresentando una risorsa per qualcos’altro, cessano di essere “rifiuti” trasformandosi in “risorsa”. Non possiamo impedire la produzione di rifiuti, ma possiamo e dobbiamo spingere per la progettazione e l’utilizzo di materiali totalmente riciclabili, in modo tale da avere l’assoluta certezza che un bene a fine vita possa diventare un altro bene, nuova materia. Solo attraverso il riciclo spinto possiamo ottenere il sistema circolare, dove il rifiuto circola come risorsa e non come problema. Per fare questo però abbiamo bisogno di una rete impiantistica adeguata e di un rigoroso cambio di mentalità.

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L’IMMAGINE

El Anatsui, autore di quest’opera d’arte contemporanea, è nato in Ghana nel 1944. Attualmente vive e lavora in Nigeria. Nella sua vita creativa ha sempre operato con materiale di recupero: pietre, legni, trovarobati così numerosi nei mercati africani (e così riutilizzati come pezzi di ricambio adattabili). In particolare realizza installazioni con tappi di bottiglia schiacciati e appiattiti che, uniti con fili di rame, vanno a formare enormi fogli metallici come tappeti da parete. Le pieghe e i drappeggi possono muoversi nel vento emettendo flebili suoni; possono stare all’aperto o al chiuso, modificabili per dimensione a seconda del luogo dove vengono esposti. Nei lavori di El Anatsui materiali poveri e quotidiani, soprattutto scarti di lavorazione metallici, grattugie per la manioca, coperchi di barattoli, lattine di bibite, tutto diventa materia prima per sontuose composizioni che hanno fatto il giro del mondo. Suggeriscono la grazia dell’ornamento, rievocano brani di scultura monumentale, capacità di modificare la materia di scarto e, soprattutto, rievocazione di antiche tecniche compositive legate al proprio ambiente tradizionale. Nel 2015 all’artista africano è stato attribuito il Leone d’Oro alla carriera in occasione della 56° Biennale d’Arte di Venezia.

Lo scarto e lo spreco sono “strutture di stortura” del mondo consumistico. In particolare lo spreco alimentare ha assunto, e sta sempre più assumendo, una dimensione di portata mondiale, tanto che la metà del cibo prodotto non arriva mai ad essere consumato e si getta in discarica.

a cura di Sem Galimberti