di Francesco Mapelli
Studente universitario di Storia e Rresponsabile circoli di R-esistenza
20 maggio 2020

Ritengo che l’insegnamento principale di questa quarantena possa essere il riconoscimento del potere che un singolo individuo possiede. Quale potere? Innanzitutto quello di influenzare la vita di chi ci sta attorno: nonostante le paure per le merci provenienti dalla Cina, alla fine gli unici vettori di contagio sono state le persone, ogni essere umano infetto che non si è sottoposto a quarantena ha potenzialmente influenzato decine di altre persone, spesso familiari e amici.

Ma questo potere, o piuttosto maledizione nel caso del virus, può e deve essere riscoperto e usato per la ripartenza. Con milioni di persone ridotte in povertà, posti di lavoro evaporati, imprese e negozi allo stremo, credo che lo Stato possa essere solo parzialmente il motore della rinascita, la situazione è troppo grave per aspettare passivamente che le cose si sistemino.

La reclusione ci ha fatto scoprire, per assurdo, che il contatto umano è fondamentale, le relazioni stanno alla base del nostro vivere civile ed economico. Abbiamo “scoperto” che le merci non sbocciano magicamente sugli scaffali dei supermercati e se qualche addetto stremato non riesce a rifornirli in tempo, questi rimangono vuoti, immagine che qualsiasi esperto di marketing vorrebbe evitare per il proprio negozio.

E se la spesa non abbiamo potuto farla perché costretti all’isolamento più assoluto, abbiamo scoperto che esistono decine di volontari che donano gratuitamente il loro tempo non per hobby, ma per funzioni vitali alla nostra società. Spesso sono giovani e lo fanno per convinzione, non certo per moda, visto che sono costantemente bersagliati da una retorica che li dipinge come fannulloni e dediti solo al proprio interesse

La maggior parte delle volte, però, a casa nostra con i generi alimentari e i medicinali sono arrivati gli stessi proprietari delle botteghe, i produttori, i contadini. Molti di loro hanno accettato di svolgere questo servizio senza averlo mai fatto prima, senza i mezzi e l’organizzazione adatta, magari dovendo ridurre gli orari del negozio per dedicarsi a questa attività delle consegne, quasi sempre tenendo costi simbolici che non gli permettevano di rientrare dalle spese di tempo e carburante. Eppure tanti di loro continueranno a faticare anche dopo, quando tutti potremo tornare al nostro ipermercato preferito, la cui merce proviene chissà da dove.

Per non parlare di quelle attività che hanno dovuto chiudere perché non necessarie: dai parrucchieri ai negozi di vestiti, dai ristoranti alle industrie. Tanti di loro non riapriranno più.


Quale sarebbe dunque il potere nelle nostre mani?
Innanzitutto quello di accorgersi, di vedere il dramma che si sta manifestando. Le nostre comunità non devono nascondere i nuovi poveri, i disoccupati, quelli che hanno perso parenti stretti per la pandemia, chi semplicemente ha sofferto per la reclusione. È nostro dovere di cittadini e di associazioni essere vigili e inclusivi, non reggeranno più retoriche del prima gli italiani.

Il secondo passaggio sarà quello di unirci, fare rete, le sinergie saranno fondamentali. I nostri comuni sono troppo piccoli per immaginare prospettive di ampio respiro. Avere conoscenza del contesto piccolo del comune è il primo passo ma necessariamente va integrato con logiche più ampie, che includano i paesi limitrofi.


E dal punto di vista concreto? Che si fa?

Le possibilità sono infinite, tuttavia credo che alcuni principi di base vadano tenuti saldi: attenzione alla persona, sensibilità ambientale e umana, il ragionare nel piccolo ed essere consapevoli delle paure della gente.

Qualsiasi realtà lavorativa verrà a crearsi o rigenerarsi, dovrà essere capace di assumere in modo oculato chi ne ha bisogno, di intessere legami con la comunità in modo da intervenire laddove qualcuno manifesti necessità.

L’attenzione ambientale e il lavoro non sono scissi, ad esempio comprare il formaggio di Bergamo non significa egoismo o cieco campanilismo, significa fare una scelta consapevole che riduce l’impatto ambientale dei trasporti, che permette di vedere con i propri occhi come lavora una certa azienda e far presente se qualcosa non sembra adatto o giusto, inoltre conoscere chi produce quello che si mangia o usa permette di avere un rapporto flessibile: se quell’azienda un giorno avrà problemi si può scegliere di sostenerlo e magari pagare un prezzo maggiore per il suo prodotto, dall’altra parte quell’azienda potrà essere riconoscente e assumere gente del paese, magari un padre di famiglia che deve provvedere ai figli. Comprando quel formaggio ho innestato un circolo virtuoso. Purtroppo abbiamo abbandonato le relazioni umane nell’economia, lasciandole spesso in mano alla mafia, che le sfrutta per trarre potere e ricchezze. Sapremo riprendercele? Sapremo tornare a parlare di economia e lavoro in modo schietto nelle nostre comunità?

In molti contesti i grandi hanno fallito, nonostante dal punto di vista economico ingrandire una realtà, un’azienda, specializzarla significa renderla più efficiente. Ma la specializzazione estrema ha ridotto il nostro paese a non avere nessuno che produca mascherine, nessuno che produca semplici ventilatori o respiratori. Il piccolo può essere antieconomico, poco efficiente, ma risponde meglio alle necessità di un territorio, se il territorio sa intessere un legame con il piccolo, un legame che coinvolgerà il lavoro in modo primario ma anche le relazioni sociali, le scelte divengono più democratiche e condivise. Le comunità che si prendono in carico la cura e la conservazione delle proprie realtà lavorative sono più consapevoli e resilienti, non sono passive di fronte ai ricatti o alle lusinghe delle grandi aziende.

Infine dovremo avere il coraggio di affrontare le nostre paure. Dobbiamo dirci con forza che arrivare a fine mese con il solo obiettivo di aver guadagnato più di quanto speso è un’assurdità: i soldi accumulati sul conto corrente prima o poi si perdono in investimenti, oppure sono mangiati dalle tasse oppure rimangono in questo mondo quando noi ce ne andremo. Invece è di primaria importanza fare in modo che i nostri soldi, anziché arricchire le tasche di pochi, siano investiti in cooperative sociali, oppure finanzino giovani imprese che tentano di partire, supportino progetti di beneficenza, aiutino le povertà, siano destinati a fondi per il territorio. In sostanza vadano ad incentivare la buona economia che ci circonda. Questo non perché il nostro paese è meglio di quello degli altri, ma perché scegliere il locale, il piccolo e il vicino significa riempire l’economia sterile con un’economia di cui vediamo i valori, i legami arricchiti, con relazioni, con scambi umani, con incontri fra persone, con la continua possibilità che lavoratori, clienti, produttori, servizi, associazioni, enti, possano sedersi allo stesso tavolo alla pari e discutere, riprogettare, creare attivamente il proprio destino e non subirlo.

Mi auguro un grande futuro che sorga dal piccolo, chissà che i circoli Acli non possano esserne un ingranaggio fondamentale…