di Valentina Lucchetti
Consulente legale
18 maggio 2020

Faccio consulenza legale, extra giudiziale, anche in diritto della sicurezza sul lavoro” rispondo io quando mi si chiede qual è la mia professione.
E nella maggior parte di queste situazioni quasi neanche riesco a finire la frase che il mio nuovo interlocutore decide di volersi sovrapporre alle ultime sillabe che sto pronunciando, divorandole, per dirmi con una espressione tra il cinico e l’arreso “…Che non c’è!”.

Sembra, dal suo sguardo, che debba prendermi una parte di responsabilità anche io, come se in qualche modo fossi una di quelle condizioni del sistema che ha condotto all’accadimento di quegli eventi più o meno -ma pur sempre- tragici che ogni giorno segnano la vita di troppi lavoratori. Io sì, ma lui no.
In quel momento mi viene “di pancia” un impeto empatico e comincio a raccontare, seppur brevemente, come sia nato in me l’interesse sul tema e, con esso, la volontà e l’entusiasmo nel diffondere la cultura della sicurezza sul lavoro grazie alla conoscenza che ho maturato, prima studiando all’università e poi applicandomi sul campo.

Perché di questo si tratta alla fine di tutti i bei discorsi, di cultura: di sapere quali rischi sono presenti sul luogo di lavoro e quali sono le azioni che tutti, datori di lavoro e lavoratori, devono mettere in atto quotidianamente, di certo non per eliminare, ma per ridurre al minimo la possibilità che tali rischi vengano in essere.

Purtroppo devo ammettere che nella maggior parte dei casi, almeno fino a qualche mese fa, l’interlocutore non mi seguiva con convinzione.
La sicurezza sul lavoro (e quindi le modalità di gestione dell’attività lavorativa quotidiana) era percepita come un qualcosa che -cela va sans dire- dev’esserci per legge e dev’essere completamente in mano al datore di lavoro che, guardando al proprio esclusivo interesse e vantaggio economico, non se ne preoccupa. A questi ingredienti, si aggiunga anche una percezione fatalistica per la quale sì, è vero che se una persona scende in uno scavo ci può rimanere sotterrata, ma è improbabile.
E quella stessa persona che neanche mi avrebbe fatto finire la frase di cui all’inizio, sarebbe scesa da sola in una vasca profonda 5 metri, senza imbracatura e senza portare con sé un sensore per la rilevazione della concentrazione di ossigeno, benché gli venissero forniti.

E qui si arriva al punto. C’è un rischio, tecnicamente definito “biologico”, che da qualche mese a questa parte ha fatto riflettere tutti, nessuno escluso davvero, dell’importanza e della funzione di svolgere in sicurezza il proprio lavoro.
Perché questo ha fatto il SARS-Cov-2: ha invaso il mondo, colpendo il lavoro nel suo fianco esposto, nella salute e nella sicurezza dei lavoratori. E il mondo si è fermato. Perché se non si può lavorare in sicurezza, non si può lavorare: si muore. E se muore chi lavora, muore la società. Buongiorno mondo, ben svegliato!

Metà Aprile 2020, qualche esempio penso sia esplicativo del concetto, un datore di lavoro mi telefona e mi dice: “Cosa devo fare oltre a quello che prevede il Protocollo e le Linee Guida dell’INAIL?”.
Un lavoratore mi scrive testualmente: “Ci hanno (il datore di lavoro) fornito i guanti e le mascherine e hanno cambiato la disposizione degli spogliatoi così che possiamo (attenzione, non “dobbiamo”) lavarci e disinfettarci le mani prima di entrare nella zona di produzione. C’è un mio collega che non voleva indossare i guanti ma gli ho parlato e ora ha capito che deve metterli, anche perché gli hanno detto (sempre il datore di lavoro) che se non li mette non entra a lavorare”. Imprenditori che fino a -e non estremizzo- fine Gennaio neanche sapevano come si consultasse il sito internet dell’INAIL oppure come si presentasse domanda per il premio assicurativo, ovvero per recuperare economicamente spese sostenute nell’anno precedente a sostegno della sicurezza sul lavoro, oggi si leggono DPCM, Ordinanze della Regione, Protocolli e Linee Guida e cercano di districarsi tra le loro contraddizioni per essere consapevoli e pronti a gestire la
situazione.

Lì mi sono detta “la pandemia ha portato una rivoluzione”. Qualcuno mi potrebbe controbattere che “è la paura che ha fatto nascere l’interesse”. Sicuramente, ma non penso che l’immagine di rimanere sotterrati vivi a 5 metri di profondità provochi serenità e inspiri superficialità.
Da tutto il male che ha portato con sé, forse ancora di più nelle nostre amate terre bergamasche, ho visto nascere consapevolezza e cultura: approfondire ciò che sta succedendo e le relative conseguenze per poter tutelare se stessi, ma anche gli altri, nell’attività su cui si fonda la nostra società.

Certo, duole ricordare che già da diversi anni la lettera dell’art. 20 del testo di legge che regola la materia (D. Lgs. 9 Aprile 2008, n. 81) vuole trasmettere questa impostazione, sostenendo che “ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella di altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni”.

Insomma, doveva scoppiare una pandemia perché ci muovessimo non forzatamente ma naturalmente in questo senso. L’ironia amara di questa considerazione mi ha fatto ancor di più cogliere quanto una effettiva cultura della prevenzione e della sicurezza sia ancora oggi una delle più grandi sfide della società contemporanea, dove, andando oltre a quelli che sono gli obblighi e gli adempimenti previsti dalla legge, ciascun attore assuma piena consapevolezza degli irrinunciabili principi del rispetto della propria integrità psico-fisica ma anche di quella degli altri.

Non solo il rischio biologico da Covid-19 dev’essere conosciuto per essere monitorato e ridotto al minimo. Anche il rischio sotterramento e il soffocamento in spazi confinati. Ed è con la conoscenza che si combattono.

Sicuramente, come già in altre occasioni mi è capitato di notare, le generazioni più giovani, pur non avendo avuto una formazione culturale in tal senso durante la crescita, sono più propense ad adottare nuove funzioni e gesti che li possano tutelare nella attività lavorativa; il lavoratore anziano, invece, certamente più esperto, è però meno attento a questo genere di precauzioni, proprio perché si sente estremamente capace nella propria mansione e non ne vuole modificare l’abitudinarietà e la metodicità dei gesti.
E’ di facile comprensione, tuttavia, che in situazioni come quella che stiamo vivendo, ahimè, l’esperienza non conta e modificare l’iter lavorativo è inevitabile. Ritengo che questa cultura debba essere diffusa già in ambito scolastico affinché possa diventare habitus mentale nell’attività lavorativa.

In conclusione, c’è molta strada ancora da percorrere in tal senso, ma, soprattutto nella fase storica di emergenza in cui ci troviamo è fondamentale ripartire in salute e sicurezza affinché, prendendo in prestito le parole del Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Teresa
Bellanova, si possa riaccendere il motore del nostro Paese, garantire l’uguaglianza dei cittadini e permettere lo sviluppo personale, come da principio dell’art. 1 della nostra Costituzione.