di Francesco Mancin
Dottorando di ricerca in Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi Milano-Bicocca
17 maggio 2020

Appartengo a quella classe di occupati che, tecnicamente, non figura neppure nella categoria dei lavoratori. Infatti, l’attività in cui impiego la maggior parte del mio tempo è un dottorato di ricerca, un percorso post-laurea di tre anni, vissuto da chi lo frequenta come un’ibrida stasi tra lo status di studente e quello di ricercatore universitario. Sennonché, dato che la maggior parte di noi percepisce una borsa suddivisa in mensilità, ho sempre raccontato agli altri “del mio lavoro”. Un lavoro a termine, come molti dei contratti sottoscritti dai miei coetanei.

Dal punto di vista mediatico, superata la fase della violenta ed improvvisa emergenza sanitaria, le nostre bolle informative si sono assiepate di temi economici, di vaticini sul futuro occupazionale, di crisi dell’impresa come oggetto e forse come concetto e, infine, del triste destino dei millennials. In pochi giorni siamo riusciti a dare a questa appannata categoria socio-economica una definizione parossisticamente cristallina: i millennials sono quegli sfortunati neo-adulti trafitti dalle due grandi crisi economiche del terzo millennio. Abbiamo speso molte parole e molto tempo, in accademia e nel terzo settore, per tematizzare la crisi, eppure, ad un certo punto, in pochi giorni sembra che la nebbia si sia diradata: crisi non è quando non sei riuscito a ripararti da un’improvvisa tempesta, ti sei bagnato e ti sei ammalato. Crisi è quando sei tornato in salute, hai deciso di guardare le previsioni metereologiche ma pochi ti hanno creduto sulla bassa pressione, ed ancor meno hanno condiviso con te un ombrello.

Le ragioni del buonsenso, la pietas per i defunti della nostra provincia e i protocolli della realpolitk impongono – moralmente e logicamente – che non si debbano e non si possano cercare responsabilità lontane per situazioni imprevedibili. Eppure, non credo di far torto ad alcuno se affermo che non ci siamo mai preoccupati di arrivare almeno un po’ più preparati, un po’ più pronti, un po’ più solidi. Non è una questione di tecniche macro-economiche, ma del modo con cui rappresentiamo i giovani e il loro lavoro. Solo pochi giorni fa, il più noto quotidiano economico del Paese, accompagnava un articolo sulla forza lavoro giovane con un’immagine zeppa di estetiche adolescenziali, emoticons, atteggiamenti schivi e pose ribelli. Continuiamo quindi a raccontarci di una generazione maledetta, stretta tra un crudele destino e un’inemendabile indolenza, che spesso assomiglia ad un’accidiosa inettitudine. Ed ogni contro-esempio positivo viene applaudito per quello che deve essere affinché la narrazione si protragga: un’eccezione alla regola.

Se quello che ci siamo detti è condivisibile, allora credo che siano tanto più condivisibili le richieste che una classe di lavoratori – quelli tra i 18 e i 35 anni – rivolgerà con sempre maggiore insistenza ai narratori della politica e dell’economia. Credo che come generazione non vorremmo altro che essere presi sul serio per il contributo che possiamo dare, essere resi partecipi delle decisioni che avranno ripercussioni su tutta la nostra vita ed essere sollevati dal senso di colpa per aver fatto le nostre scelte. Abbiamo fatto scelte di vita nonostante la crisi, non senza pensare alla crisi.

È chiaro che queste richieste evocano un problema di gestione intergenerazionale della ricchezza e del reddito, ma è in particolare sulle sensazioni di inutilità e colpa che vorrei, infine, soffermarmi. Io sono un privilegiato: appartengo, come detto, a quella categoria di persone “pagate-per-pensare”. Non solo, appartengo ad un settore della ricerca che in questo momento non sembra avere alcuna utilità, quello dei filosofi del diritto. Neppure da praticante forense sembro utile, poiché i Tribunali sono sostanzialmente fermi da due mesi. Ma l’angoscia che provo nella ricerca di un senso, di un’identità come lavoratore, non è contingente ma risalente e ben radicata: qualora non dovessi riuscire, qualora non trovassi un posto nel mondo, che ne sarebbe di me? Dov’è che ho sbagliato? Queste sono domande che i cosiddetti millennials si fanno da più di dieci anni. Cioè da quando parole come ‘utile’ e ‘fannullone’ iniziarono ad essere giustapposte nei discorsi della classe dirigente. Durante questi anni, non fummo oggetto soltanto di ricette economiche, ma fummo soprattutto oggetto di improvvide semplificazioni, di raccomandazioni, di slogan sul “lavoro che cambia”. Per tutti questi anni ci è stato chiesto di adeguarci a ‘modelli di lavoratore’ sostanzialmente irraggiungibili, che non abbiamo ripagato con un “no grazie”, ma con grandi sensi di colpa.

Questo perché, al contrario di quello che si può pensare – o che si può leggere – la mia generazione è capace di grandi assunzioni di responsabilità, anzitutto a livello individuale. Sono sicuro che la maggior parte dei miei coetanei non aderisce alla retorica del “futuro rubato”, o dello scarica-barile. Generalmente, non andiamo in cerca di giustificazioni, ma di rassicurazioni. Generalmente, imputiamo ai nostri scarsi mezzi la causa dei nostri fallimenti.

Questo atteggiamento, probabilmente, non è che un comodo sintomo della cifra del nostro tempo, quello che tendenzialmente chiamiamo individualismo. Man mano che la staffetta avanza, il testimone si avvicina, e noi, come orchestra e non come pubblico, siamo sempre stati pronti a raccoglierlo. Solo che passare il testimone significa anche condividere con la squadra il cumulo dei centesimi di ritardo. Significa anche fidarsi del fatto che il tuo compagno possa recuperare terreno. Significa condividere, oltre al debito pubblico, anche colpe, meriti e responsabilità.