di Chiara Vitali
Progettista e Fundraiser ONG
15 maggio 2020

Mi chiamo Chiara, ho 23 anni e lavoro per una ONG di Torino, l’Organizzazione di Aiuto Fraterno-Italia: sosteniamo progetti di sviluppo in Italia, Brasile, Mozambico e Giordania.

Vivo a Torino da un anno ma le mie radici sono bergamasche: costantemente aggiornata sulle notizie dalla mia cara e dolce Bergamo,  ho potuto vivere l’arrivo del covid-19 a Torino con una consapevolezza particolare.

A inizio marzo vedo all’orizzonte il mio primo viaggio di monitoraggio di un progetto, in Mozambico, con partenza prevista per metà aprile. Sono emozionata, curiosa e contemporaneamente spaventata. Chiamo un ospedale di Torino per le vaccinazioni: mi viene accordata una visita per il lunedì successivo. Dopo mezz’ora, l’ospedale mi richiama: si è appena saputo che da quello stesso lunedì non sarà più possibile accedere ad ambulatori o a visite non urgenti. Emergenza covid-19 in corso, anche a Torino.

Il mio viaggio è rimandato. La preoccupazione va subito ai nostri progetti: la vicinanza non può essere fisica, ma è virtuale. Chiediamo aggiornamenti. Inizia un dialogo al contrario: sono loro ad essere preoccupati per noi. Ad oggi, il contatto con i progetti è sempre attivo. Per alcuni di loro la situazione è diventata molto difficile: da qui, facciamo quello che possiamo.

Il lavoro strettamente di ufficio è rimasto lo stesso: la tecnologia, in questo, è davvero una risorsa preziosa.

Durante il periodo di Pasqua, ha avuto luogo una nostra consueta raccolta fondi, tramite la vendita di uova pasquali di alcune Pasticcerie di Torino. La vendita si è svolta a distanza: tutti i prodotti sono stati consegnati a domicilio direttamente dai produttori. Il mio lavoro di raccolta degli ordini e controllo delle consegne si è arricchito di una diversa, interessante sfumatura: ogni chiamata per prenotare le uova, da persone conosciute o sconosciute, è diventata occasione di condivisione. “Come sta?”, “Ah, suo marito lavora in ospedale”, “Lei ha 80 anni Signora, non deve uscire a fare la spesa”. Ad ogni chiamata, una nuova voce e spesso una nuova storia: c’è la voglia di condividere preoccupazioni e speranze. Così, chiamate solitamente anonime, dalla durata di 2-3 minuti, diventano chiacchierate di 10-15 minuti.

Il ricavato della raccolta pasquale non è stato inviato ai progetti di sviluppo, come previsto inizialmente. I fondi raccolti sono rimasti sul territorio e a sostegno di famiglie di Torino, italiane e straniere, che hanno bisogno di beni di prima necessità.

In queste settimane ho imparato che tutto ciò che si fa può essere colorato da una sfumatura nuova di umanità. Anche una semplice chiamata di servizio. “Siamo tutti nella stessa tempesta”, si dice. Spero che a mare calmo resti la voglia di raccontare e ascoltare le vicende proprie e degli altri. Che, più ampiamente, rifiorisca una costruttiva voglia di fare comunità.