di Raffaele Avagliano
Responsabile comunicazione e coordinatore Dispensa Sociale di Namasté cooperativa sociale
14 maggio 2020

“Quando sarà tutto finito, voglio fare almeno un giorno di lavoro a settimana in smart working.

In questi mesi abbiamo imparato l’ennesimo anglismo per definire il lavoro da casa. L’abbiamo dovuto attuare in fretta e furia, senza porci troppe domande. Per salvare il proprio lavoro. Almeno per chi ha avuto questa possibilità.

E tutto sommato ci è anche piaciuto. All’inizio è stato quasi un gioco fare le riunioni in videochiamata (o dovremmo dire videoconference per sembrare più professionali?). è stato un modo per rimanere collegati alla quotidianità e ai colleghi. Per vedere, seppur in via digitale, visi noti e calmare l’ansia da pandemia.

Con tutte le difficoltà che si possono avere per qualcosa di imprevisto e immediato, l’organizzazione dello smart working è andata piuttosto bene. Ci siamo riusciti perfino noi, cooperatori sociali che abbiamo la relazione personale come mantra e un’allergia endemica all’utilizzo eccessivo della tecnologia. In meno di due settimane, lo smart working era già prassi. Come se l’avessimo sempre fatto.

Insomma ci siamo accorti che si poteva fare. Anzi. Che lavorare da casa con l’ausilio della tecnologia poteva addirittura essere più produttivo e veloce. Riunioni più brevi con interventi che vanno dritti al punto e senza fronzoli. Utilizzo corretto ed efficace dei documenti condivisi. Maggior concentrazione e obiettivi raggiunti, talvolta in minor tempo rispetto all’ufficio. Con i pochi colleghi che – a rotazione – presidiano l’ufficio e fanno da regia per gli altri a casa, soprattutto per quegli strumenti che proprio non si possono avere sul pc. Il tutto conciliando meglio i tempi della propria vita. A cominciare dalle ore in meno impiegate per spostarsi da e per il luogo di lavoro.

Ci voleva un’occasione così straordinaria per proiettarci in quello che potrebbe essere una delle soluzioni del lavoro del prossimo futuro. Gli strumenti tecnologici li avevamo già, ma ci scontravamo (e tutt’ora ci scontriamo) con una diffidenza culturale nei confronti di questa modalità lavorativa.


Non è tutto oro quello che luccica
. Di là dalle questioni legislative e sindacali (che poco m’interessano), il vero problema dello smart working è l’essere perennemente connesso e “sul luogo di lavoro”. Le giuste pause, dal caffè al pranzo, vengono inevitabilmente decimate. Perché il telefono e il computer sono costantemente a portata di mano ed è un continuo “esser sul pezzo”. Così come il sentirsi autorizzati a chiamare o rispondere ai colleghi a qualsiasi orario, o quasi, perché in fondo siamo in ufficio, non siamo mica tornati a casa. Alla lunga snerva e fa perdere quel sano riposo della mente che permette una miglior visione del proprio lavoro il giorno dopo.

L’occasione però è unica. Non ci possiamo far sfuggire l’opportunità di migliorare il nostro tempo lavorativo e le nostre modalità di lavoro. Probabilmente faremo qualche errore, scopriremo lati che durante la pandemia non avevamo pensato o affrontato, ma mi auguro che aziende, istituzioni e sindacati implementino lo smart working per quella fascia di lavoratori che svolgono mansioni impiegatizie che possono attuarlo sin da subito.

Dal mio personalissimo punto di vista, almeno un giorno a settimana (e sarà pure quello più produttivo, ne sono certo!), lo farò. Non solo la multinazionale dell’information technology, ma anche la cooperazione sociale può essere smart.