di Raide Ravasio
Insegnante e responsabile oratorio di Brembate Sopra
11 maggio 2020

Sono una insegnante di educazione fisica. Il mio lavoro mi piace. E non è poco. Lo sport è sempre stato la mia passione e così anche il mio sguardo, i miei sogni e i miei progetti hanno preso questa direzione: le giornate e le nottate di studio, viaggi in treno, un piccolo lavoro nel fine settimana. Impegno e sacrificio per conseguire ciò che desideravo.

Mens sana in corpore sano”: dentro le palestre o nei cortili all’aperto, attraverso esercizi di movimento, cerco di promuovere la conoscenza di sé, la scoperta delle proprie potenzialità, la costruzione delle relazioni con gli altri e con l’ambiente. Questa mia professione, vissuta anche dentro un orizzonte vocazionale, l’ho unita anche al servizio come responsabile del mio oratorio: il contesto del cortile, l’animazione dei ragazzi e adolescenti e le proposte per i giovani.

E con il Covid19? Chiusa la scuola, chiuso l’oratorio, come portare avanti tutto ciò? Come “li faccio muovere”?

Da un giorno all’altro sono stata catapultata in un nuovo mondo, o meglio, in una nuova modalità di insegnamento. DAD (didattica a distanza), Classroom, piattaforme d’incontro Meet, Zoom… fino a due mesi fa parole poco conosciute.

Potrei parlare delle criticità di questo, del fatto di adattarsi al cambiamento dei codici comunicativi o dell’accesso diseguale alle tecnologie digitali, perché non tutti hanno la possibilità di accedere agli stessi strumenti tecnologici e soprattutto non tutti possiedono le medesime competenze per usarle.

Tuttavia questo toglierebbe però lo sguardo alle nuove opportunità di stare accanto ai ragazzi in questa emergenza. Grazie alle nuove tecnologie, grazie a uno schermo del pc la propria casa diventa l’ambiente palestra e cortile; il contatto con i ragazzi è un mix di formale e informale, di pubblico e di privato, proprio perché paradossalmente ci si riavvicina anche in un rapporto comunicativo che è sicuramente meno strutturato di quello che c’era in classe o in oratorio.

Diventa possibile e importante curare e mantenere relazioni non proponendo tutorial motori o iniziative aggregative, ma continuando a “far muovere” la classe e gli adolescenti attraverso attività in cui possono raccontarsi ed esprimere emozioni del loro attraversare questa particolare situazione. Non li faccio sudare con il test di Cooper o con tornei oratoriali ma nel trovare, dentro questa emergenza, il senso e la valorizzazione dei legami più prossimi e quelli di amicizia, il prendersi cura dell’altro, il “fare squadra” per ripartire insieme domani.

Insomma anche se rinchiusa non sto ferma e non li lascio fermi.