di Federica Novali
Docente presso un Istituto Secondario di secondo grado
10 maggio 2020

Se dovessi spiegare la funzione del mio lavoro in base alla mia esperienza da precaria, sceglierei due immagini che, in questo periodo di incertezza e immobilità, fanno capolino nella mia testa.

Immagine tratta da L’uomo che uccise Don Chisciotte

La prima è quella di Don Chisciotte, un eroe che – a seconda delle prospettive che si assumono nei suoi confronti – può avere una duplice lettura.

Visto dall’esterno e con un occhio superficiale, è un eroe “fuori dal suo tempo”, un cavaliere sul viale del tramonto che ancora si ostina a combattere e a perpetrare la sua missione in modo unidirezionale. Abita e agisce in un mondo che non risponde più al suo essere e che lo respinge, senza farsi plasmare dai suoi sogni e dai suoi ideali.

Se invece assumiamo il punto di vista di questo cavalleresco personaggio, egli risulta un eroe “senza tempo” che nella sua quotidianità si mette costantemente alla prova con grande animo e passione per la salvezza del prossimo. Don Chisciotte è colui che vive la realtà che lo circonda in modo bidirezionale, riesce a leggere il mondo in modo magico e sognante, a mettersi alla prova senza aver paura di perdere, trovando sempre nelle sue molteplici avventure, il filo rosso che lo ricongiunge al suo sogno di cavaliere.

Certo, è una fotografia altisonante e aulica della figura del docente ma, in questi anni, ho riscontrato che la passione verso il mondo dell’educazione assume anche questa forma. Cosa è insegnare, prendersi cura dell’altro se non un “osare”, immaginare in prospettiva oltre a ciò che la realtà schiaccia davanti a noi come dato del presente?

Entrare in classe equivale a lanciarsi ogni giorno in un’avventura diversa, è un’immagine molto retorica, ma ogni giorno vi è sempre l’elemento dell’incognita determinato dall’altro e dal suo essere. L’interazione con l’altro porta all’imprevisto, al problema, alla sorpresa o alla scoperta, al riformulare la lezione che si aveva progettato in base alle esigenze della giornata, al rispondere prontamente ad ogni domanda o al motivare e spiegare cose che si davano per scontate.

La condizione d’essere dell’insegnante prevede l’esistenza dello studente, una relazione che necessita reciprocità per far sì che essa stessa possa esistere, un rapporto bidirezionale che è un continuo divenire e costruire nel corso del tempo.

Prendersi cura dell’altro è anche, in piccola parte, prendersi cura di sé stessi. Si cresce facendo crescere e questo implica anche esporsi con le proprie fragilità e osservare le fragilità altrui che, in un qualche modo, possono richiamare e provocare le nostre. Aiutare a prendere coscienza di sé e delle loro potenzialità, imparare a prendersi cura dell’altro e scoprire in esso la bellezza e la ricchezza della diversità. Educare loro, ma anche noi stessi, ad avere una prospettiva più ampia, che aiuti a dar respiro a qualche desiderio nascosto o a far prendere coscienza di ciò che potrebbe appassionarli, indirizzandoli verso la loro vocazione.

È un’impresa epica se non titanica, ma la si svolge e la si deduce nella fatica della quotidianità, nell’arrabbiarsi e nel complimentarsi con loro, nella serietà e nella battuta spontanea, nel decifrare un loro gesto impercettibile con uno sguardo attento, ma che può risuonare più possente di una parola declamata a gran voce. Tutto ciò avviene nello scorrere del tempo condiviso insieme e soprattutto nelle relazioni che si instaurano in classe, dal vivo.

Sono questi gli aspetti di cui avverto maggiormente la mancanza in questa quarantena: il vivere la relazione quotidianamente in aula e l’esserci. Nel momento in cui l’incontro con l’altro viene meno, l’educare e l’insegnare – aspetti sempre in divenire e mutevoli a seconda di chi abbiamo difronte – devono essere risignificati, per far sì che non vengano schiacciati dalla lontananza.

La didattica a distanza se pur si sia rivelata un’ancora di salvataggio in questo periodo, rischia in alcuni momenti di appiattire o annullare il mondo relazionale che con fatica si è costruito dentro le mura scolastiche e di tramutare alcuni aspetti dell’insegnamento in una mera lista di compiti da spuntare.

La lezione in streaming è lo strumento che, seppure lontanamente, si avvicina di più alla modalità della lezione in presenza. Il sentire le voci degli studenti, il vedere i loro visi che si alternano alle icone delle fotocamere e dei microfoni mutati di chi fatica a palesarsi: questa è la visuale che si pone davanti al mio sguardo ogni giorno. Anche dialogare è diventato complesso, tra le parole di chi cerca di intervenire prontamente, tra i silenzi di chi sta vivendo momenti difficili in famiglia, tra chi non ha ancora compreso la complessità della situazione, tra chi manifesta il suo bisogno di curiosità e chi non si riesce a raggiungere poiché sprovvisto di dispositivi o incapace di usare questo nuovo linguaggio scolastico.

Immagine tratta da First Man

In tutto questo, differenti sfumature di realtà creano un puzzle che non sempre si presta a facile comprensione, una sensazione emerge come filo conduttore: l’impotenza. L’impotenza che visivamente può essere riassunta da un fotogramma della scena finale del film First man, nella quale Armostrong in quarantena al rientro dal suo viaggio spaziale è separato dalla moglie da un vetro, entrambi immersi nel silenzio più assoluto.

L’essere raggiungibili da uno schermo è sì vicinanza, ma è pur sempre comunicare in remoto e davanti a quel dispositivo si avverte la propria piccolezza nei confronti della situazione attuale, la sensazione di non riuscire a dire le giuste parole di conforto e di perdere l’opportunità quell’ascolto “visivo” di gesti ed espressioni che erano possibili in classe. Accanto a ciò, trova posto un distaccato imbarazzo dovuto all’intrusione nelle case e vite altrui che la videochiamata può comportare. Si sente la propria incapacità e piccolezza nel riuscire a trovare una prospettiva a lungo termine che abbia qualche fondamento nella lettura del presente.

Forse la prospettiva da assumere in questo momento storico è una caratteristica che accomuna Don Chisciotte e Neil Armstrong: il desiderio di esplorare. Il filo conduttore in queste settimane giustapposte di quarantena è costituito dal timido desiderio che i miei studenti non si ripieghino sulla lentezza della situazione attuale e che non smettano di pensare al loro futuro, di trovare il proprio posto nel mondo e di capire quanto sia importante che ognuno faccia con passione la propria parte.

Consegna per nulla semplice, ma degna di un cavaliere e di un viaggiatore che hanno il coraggio di osare e di porre il proprio orizzonte dei sogni ogni giorno, sempre più in là.