di Lorenzo Magri
Stagista presso istituto bancario
9 maggio 2020

Entrare nel mondo del lavoro al tempo del Coronavirus è strano. Nessuno è preparato a quello che sta succedendo, non ci sono procedure collaudate e tutto sembra in stand-by. La mia esperienza lavorativa inizia solo qualche mese fa con uno stage in banca ma pensandoci ora sembra davvero sia passata un’epoca da quei colloqui fatti faccia a faccia in una stanza, dall’emozione del primo giorno con il giro degli uffici e la presentazione a tutti i nuovi colleghi.

La pandemia ha improvvisamente bloccato tutto e molte banche hanno messo in atto i piani di disaster recovery che fin dalla loro creazione dopo l’11 settembre erano solo stati testati a campione. I vari team sono quindi stati dislocati in uffici fuori città ma ben presto si è capito che l’unica soluzione possibile era l’abilitazione al lavoro da casa e la rinuncia a ogni tipo di incontro fisico. Questo tumulto ha impattato specialmente noi stagisti, spesso con contratti non gestiti direttamente dall’azienda ma da un ente esterno, con il risultato che non sapendo bene come muoversi la soluzione più sicura è stata la sospensione del contratto per tutti. Questo ha fatto si che dal 9 Marzo io sia a casa senza nulla da fare (seppur con il regolare rimborso spese) e senza poter essere coinvolto nelle attività dell’ufficio. Come ho detto era la soluzione più ovvia e immediata vista l’emergenza a cui nessuno era preparato e, ora che la situazione si è “regolarizzata”, anche la nostra sospensione sarà terminata e il mese di maggio saremo regolarmente abilitati al lavoro da casa in attesa di un piano di rientro che è ancora nebuloso.

Le mie attività hanno subito un brusco stop durante questo periodo e stanno per riprendere in una maniera totalmente diversa e la sensazione principale è che sia un peccato perché lavorare da casa non può sostituire tutta quella parte di relazione diretta e di apprendimento che per un giovane rappresenta l’essenza vitale del primo lavoro. Tutto lo slancio iniziale che non ti fa pensare ad altro e ti lascia interamente concentrato viene anestetizzato e in un mercato del lavoro che si blocca anche gli stimoli a cercare qualcosa di più grande e migliore vanno a morire. Riflettendo su questo periodo passato a casa mi rendo però conto di come non vada demonizzato e visto solo come un’occasione persa ma anche come un tempo interamente mio, forse l’ultimo, che mi ha dato la possibilità di rivivere le relazioni in famiglia in maniera più intensa. Mi sono bastati pochi mesi per capire che la frenesia del lavoro lascia poco spazio a tutto il resto e che il tempo inizia a scorrere molto velocemente in maniera schematica, a grossi blocchi, e le occasioni di poter evadere sono molto rare. Questo periodo a casa può servire per mettere ordine fra le priorità e gli obiettivi, può servire a vedere molte cose in modo più chiaro e distaccato e in ultimo può farci capire se siamo sulla strada che vogliamo percorrere.