di Sara Troccolo
Educatrice Cooperativa Città del Sole
8 maggio 2020

Sono Sara, ho 24 anni e oggi sono educatrice, dopo una lunga strada. Ho iniziato a lavorare subito dopo la maturità, in un call-center. A 19 anni lo detestavo, ma il minimo stipendio che portavo a casa mi permetteva di vivere la fine della mia adolescenza e l’inizio della mia giovinezza senza dover chiedere soldi ai miei genitori. Quando questo lavoro è diventato talmente stressante da impedirmi di essere serena, ho deciso di partecipare al bando del servizio civile nazionale e, dopo averlo superato, ho svolto quasi 10 mesi di servizio: la retribuzione è davvero al minimo per 30 ore di lavoro settimanali, ma mi ha permesso di entrare in contatto con tantissimi enti della zona e di maturare e sviluppare una serie di competenze trasversali che, unite ad anni di studio, mi hanno permesso di arrivare fin qui.

Una volta laureata, ho subito cercato un lavoro che mi permettesse di applicare quanto studiato e mettere al servizio degli altri la mia indole e la mia persona. Ho così iniziato a lavorare, dopo qualche mese di ricerca, come assistente educatrice nelle scuole. È un lavoro bellissimo, complesso e a volte molto difficile, perché ti porta a metterti costantemente in discussione; è un lavoro che richiede empatia, ascolto attivo, uno sguardo non giudicante e non etichettante, un atteggiamento di apertura e sincerità, ma anche di fermezza e autorevolezza. Non è sempre facile, ma è meraviglioso vedere come il semplice tempo trascorso per e con le persone più fragili sia ripagato con dei sorrisi, dei grazie e degli abbracci che valgono più di qualsiasi stipendio.

Questo, per il momento, è il lavoro della mia vita, per il quale ho studiato e ho investito tempo, soldi ed energie finora: un lavoro che mi soddisfa e mi permette di iniziare a costruire quello che fino a poco tempo fa era un futuro lontano e che ora è diventato presente e futuro prossimo. Gli obiettivi sono cambiati: a 24 anni il lavoro scandisce le mie giornate e mi permette di concretizzare tutti quei sogni che pian piano si sono accumulati nel vasetto chiamato “quando sarò grande”.

Il Covid-19 ha interrotto tutto questo il 24 febbraio 2020. È stato terrificante sentire di settimana in settimana che le scuole sarebbero state chiuse fino a data da destinarsi. Fino al 3 aprile non sapevo se avrei ricevuto il Fondo di Integrazione Salariale o se semplicemente sarei rimasta senza stipendio fino al rientro, ma quando si rientra? Poi la quarantena è stata prolungata, e la mia paura è cresciuta, fino a che mi è stato chiesto di intervenire su alcuni dei minori a me affidati in collaborazione con gli insegnanti di sostegno e i docenti della classe.

Educatrice in smart working a rapporto! Dirò la verità: non è affatto semplice. Lo schermo che separa porta un inevitabile senso di disagio, a volte porta istanti di silenzio imbarazzanti e si percepisce che il ragazzo che ho davanti vorrebbe essere ovunque tranne che in videochiamata per fare dei compiti. Trovare la strategia vincente per rendere mezz’ora o tre quarti d’ora di videochiamata interessanti e produttivi non è per niente scontato e questo mi ha costretta a riflettere, mettere in discussione i miei metodi e quanto appreso durante gli studi per poter inventare continuamente nuovi strumenti e metodi di lavoro. Ammetto di non essere ancora riuscita a centrare il segno con tutti i ragazzi che seguo, ma ci sto provando.

La mia paura più grande? Che la crisi economica derivante dal periodo che stiamo vivendo mi lasci senza lavoro, che non mi rinnovino il contratto. Tuttavia credo che ci sia anche un lato positivo in tutto questo: ho fatto una pausa. Mi sono resa conto che gli ultimi mesi di lavoro erano una corsa da una scuola all’altra, con pause pranzo di 15 minuti che passavo in auto per spostarmi da un comune all’altro, e a volte la stanchezza era talmente forte da non farmi svolgere il mio lavoro bene al 100%. Questo mi ha fatto capire che dire sempre sì non sempre è la scelta giusta e che il mio lavoro non è statico, ma dinamico e ancora una volta mi chiede di inventare.