di Riccardo Poletti
Personal Trainer Sportpiù Zingonia
3 maggio 2020

Il lavoro ai tempi del Covid-19 è materia di grande dibattito e motivo di preoccupazione per tutti, non solo per i giovani. L’imprevedibilità del contesto, nuovo e ignoto per le nostre generazioni cresciute nel marciante progresso tecnologico, è accompagnata da incertezza crescente riguardo il futuro prossimo e non solo. La sensazione comune è la mancanza totale da parte delle istituzioni (di tutto il mondo, per la verità) di consapevolezza e uniformità nella scelta dei criteri di riapertura e rilancio delle attività produttive, la maggior parte delle quali rischia di non ripartire definitivamente. Ancora troppi i dubbi circa la reale forma di questo virus, subdolo e inedito, in apparenza incontrollabile se non tramite stringenti misure di contenimento.

È proprio a causa della “quarantena” improvvisa che in Italia ci si è ritrovati a dover ricorrere a strategie lavorative nuove, talvolta improvvisate, difficilmente percorribili in alcuni casi, se non addirittura impraticabili: il famigerato smart-working o lavoro agile. Sconosciuto o poco praticato fino a pochi mesi fa, questa modalità di impiego si è imposta obbligatoriamente a tutti i campi, compresa l’istruzione a tutti i livelli (basti pensare a chi si è laureato telematicamente).

Alcuni ambiti lavorativi legati a produzione e servizi necessariamente hanno dovuto sospendere le attività, senza alcuna possibilità di sostenere spese, scadenze e stipendi. È il caso del settore sport e fitness: palestre, piscine, centri comunali e privati, impianti sportivi, scuole o accademie sono chiuse ormai da fine febbraio, mentre corsi, eventi e qualsiasi genere di manifestazione sono stati sospesi o addirittura cancellati. Classificato giustamente come servizio “non essenziale” in piena fase emergenziale, il mondo dello sport sia professionistico che amatoriale richiede a gran voce la possibilità di ripartire. Il numero di lavoratori coinvolti in questo settore è assai alto in Italia, ma le misure contenitive imposte dal Governo nel medio-lungo periodo rischiano di bloccare la ripresa dei servizi con conseguenze potenzialmente disastrose, non solo economiche ma anche in termini di salute pubblica.

Uno dei temi caldi della fase successiva al contenimento del contagio sarà infatti quello dei cosiddetti “morti indotti”, ossia tutti quei decessi legati a patologie o eventi extra Covid-19 che non hanno ricevuto assistenza adeguata perché reparti e personale medico-sanitario erano temporaneamente convertiti e impegnati nella lotta al virus. La mancanza di attività fisica per un paio di mesi non provocherà sicuramente una strage, ma qualche difficoltà di salute alle fasce di popolazione più deboli lo potrebbe causare senz’altro.

La mia esperienza in particolare può essere d’aiuto a comprendere la situazione per chi è totalmente estraneo a questo microcosmo. Riccardo, 26 anni, laurea in Scienze motorie Sport e Salute, da tre anni impiegato a tempo pieno in un rinomato centro fitness nel cuore della provincia di Bergamo, tristemente al centro della pandemia da diversi mesi. Il lavoro per noi si è fermato da un giorno all’altro, dalla domenica sera al lunedì mattina, con un messaggio nemmeno troppo chiaro della direzione, nella totale confusione dei comunicati stampa e dei decreti governativi dell’ultimo secondo. Da quell’ultima settimana di febbraio sono a casa, in quarantena come tutti. La salute e la voglia di tornare immediatamente al lavoro non sono mai mancate per fortuna, ma a distanza di due mesi non si ha ancora notizia sulla eventuale possibilità di ripartire.

La celebre e agognata fase 2 sembra quindi non considerare il nostro settore “sicuro”, in quanto fonte di aggregazione e assembramento ancora troppo pericolosi in risalita da una pandemia. Le attuali misure di contenimento e diffusione del contagio non sono favorevoli ad una ripresa per tutti quei servizi che prevedono un contatto diretto con le persone: si parla non solo di palestre e piscine, ma anche di centri commerciali, parrucchieri, centri estetici, bar, ristoranti e tutte le attività ad essi connesse. Così come non è possibile servire un risotto all’ossobuco via Skype o tagliare i capelli in videochat, allo stesso modo il problema si è presentato a noi personal trainer: come raggiungere tutti i clienti promuovendo uno stile di vita attivo e sano in regime di isolamento, in spazi ridotti e soprattutto senza attrezzatura alcuna?

La fortuna di vivere nell’era di Internet e dei social media ci ha aiutato a mantenere il contatto con la nostra affezionata clientela, impaziente di ricominciare quanto noi. Tra un video, una diretta e qualche post (il nostro smart-working, appunto), il lavoro si è radicalmente ridotto e trasformato, obbligandoci a trovare soluzioni nuove, talvolta ingegnose e strampalate. Obiettivo del nostro impegno è quello di rimanere vicino alle persone, motivandole a ricercare sempre e comunque un adeguato lifestyle, nonostante le indubbie difficoltà del momento. In questa situazione delicata i pensieri e i problemi si accumulano, lo stress e la fatica aumentano pericolosamente, specialmente nelle persone di età avanzata.

È essenziale non abbattersi, mantenersi occupati, attivi, in movimento costante, vincendo la noia e l’isolamento forzato. Può essere questo il vero obiettivo del trainer ai tempi del Covid-19: spingere letteralmente le persone a superare ogni difficoltà del momento storico che stiamo vivendo, magari con un sorriso e qualche dolorino alle gambe, nella speranza viva di “vederci presto”.

Ogni video che pubblichiamo si chiude con questo augurio. Credo che sia la cosa migliore da dire in questi casi. Speriamo di vederci presto!