di Roberto Cesa
Responsabile Provinciale Sportelli Lavoro Acli Bergamo
1 maggio 2020

Stiamo “mutando” il lavoro. Proprio così, non nel senso che il lavoro sta cambiando, bensì come facciamo quotidianamente su Skype o Zoom: lo stiamo rendendo muto. Soltanto che non si tratta di premere un tasto, è un processo graduale. E ci stiamo riuscendo.

Lo abbiamo già fatto, forse, con i concetti di destra e di sinistra, sicuramente lo abbiamo fatto con la morte. Non hanno più voce, nulla più da insegnarci. Centellinati nel lessico quotidiano, stiamo operando una lenta eutanasia.

Di lavoro non si parla quasi più. O meglio, del lavoro in sé e per sé. Scorrono ancora fiumi di parole riguardo disoccupazione, innovazione, precarietà, work-life balance, contrattazione. È pane quotidiano di giornali e social. Ma come si può spiegare la magia di ventidue uomini che rincorrono un pallone, parlando solamente di calciomercato, ultras e scommesse?

Mi chiedo: si domanda ancora ai bambini “cosa vuoi fare da grande?”. E si dà ascolto a ciò che rispondono? Oppure va bene tutto “purché sia felice”? Un bambino che dice di voler da grande fare l’astronauta, lo afferma associando a quel mestiere un’idea di felicità. Un’idea che forse lui non ha ancora cominciato ad astrarre, ma che in quel momento trova piena concretezza. Non c’è consequenzialità: fare l’astronauta è essere felice. Non c’è spazio per il “purché”. Quell’istintiva esclamazione approssima la felicità molto meglio di quanto non faccia la sofisticata ricerca degli adulti.

Lo aveva capito Primo Levi, che in un passaggio magistrale de “La chiave a stella” scriveva: «Se si escludono gli istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra». Parole ineludibili, che in questa stagione di mutismo rimangono inudite.

La narrazione del capitalismo nel XXI secolo va scindendo lavoro e realizzazione dell’individuo. Un po’ come fece un certo tipo di narrazione religiosa con anima e corpo. Così, nella volta celeste, al posto della stella polare sorgono due nuove stelle ed il navigatore va alla deriva. La sua ricerca è disorientata: sia quella della felicità che la ricerca stessa di lavoro.

Proprio per riprendersi dal disorientamento, è vitale tornare a parlarne: rimettere il lavoro al centro, dei discorsi ma non solo. Osare immaginare che possa essere il centro delle nostre vite, che quel che facciamo o faremo possa riempiere le nostre giornate e non soltanto le nostre agende. Desiderarlo.

Primo Levi concludeva la riflessione calandola, lucido e amaro, nel contesto sociale: «privilegio di pochi», «una verità che non molti conoscono». Fa pensare, a riguardo, l’etimologia della parola lavoro, dal latino labor che significa “sforzo”, “fatica”. Scindere il lavoro da una prospettiva di realizzazione personale, equivale a privare tale ricerca della dimensione della fatica. Vuotarla, forse non solo letteralmente, di quello sforzo ulteriore che la contingenza – al netto del coronavirus – richiede.

Nessuno aveva detto che sarebbe stato facile. Proprio per questo sarebbe importante recuperare l’orientamento e riscoprire come il lavoro possa farsi desiderio. Un poco alla volta, magari iniziando col riattivargli il microfono…