di Alberto Melloni
Repubblica
4 aprile 2020

Inizia oggi una settimana santa senza precedenti per la storia del cattolicesimo e delle altre Chiese. Mai la quaresima era stata segnata da un digiuno liturgico ed eucaristico così lungo, simultaneo, prolungato: la cui ombra si allunga sui riti pasquali. Solo i preti hanno celebrato la messa privatamente. Alcuni capaci di dirsi davanti a Dio unicus et pauper, a nome dei tanti resi tali da questa catastrofe. Altri paghi di uno pseudo-misticismo clericale («vi ricordo tutti»), che faceva infuriare Pier Damiani mille anni fa. Altri ancora a proprio agio nel replicare in streaming monologhi e ritualismi a cui sono adusi.

Ma tutti, adesso, sono davanti al muro di un tempo che sottrae al culto il soggetto celebrante, che è il popolo. Un muro che non si aggira nemmeno imitando il pontefice. L’apparizione del “Papa solus” su piazza san Pietro non è stata impressionante perché la pioggia e le telecamere surclassavano emotivamente il miglior Sorrentino, ma perché il pontefice ha predicato il Vangelo. Come aveva già fatto suggerendo di confessarsi direttamente a Dio: non per sminuire il confessionale, ma per «tornare subito alla grazia». Adesso davanti a tutti, Papa incluso, c’è la Pasqua con Gesù e di Gesù con i suoi riti — le palme, il crisma, la lavanda dei piedi, la croce, la veglia pasquale. Riti che finiranno sui televisori di fronte ai quali, però, passerà la vita di tutti: i vip in villa, i benestanti su Netflix, i poveri con i panni stesi in cucina, le comunità obbligatorie dei ricoveri e delle carceri.

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