di Emilio Zubiani
Politiche Giovanili Acli Bergamo
4 aprile 2020

Ciò che sta accadendo in queste settimane è qualcosa di veramente inedito. Ad un tratto le nostre vite sono state messe in pausa: le nostre abitudini, i nostri gesti, i nostri tempi, i nostri sorrisi celati dietro ad una mascherina. Sfortunatamente, non si sono arrestate le perdite dei nostri cari, aggravate dall’impossibilità di un ultimo saluto, di un’ultima carezza, di un ultimo sussurro. In questo tempo, libero da appuntamenti ma denso di riflessioni, alle difficoltà fisiche si sono aggiunte quelle psicologiche: le nostre menti si trovano infatti a dover gestire un miscuglio di emozioni, fra cui tristezza, paura, nostalgia e preoccupazione. Questo è lo sfondo collettivo e, in questo panorama, noi giovani abbiamo il compito di dare un qualcosa in più: in termini di responsabilità, in termini tecnologici e in termini di prospettiva.

“Da un grande potere derivano grandi responsabilità!”. Noi giovani abbiamo il grande potere in questi giorni di poter dare una mano concreta alle nostre comunità e alle sue componenti più fragili, nella forma più semplice, ma forse più autentica, di solidarietà: l’attenzione nei confronti dell’altro. Nei nostri comuni è possibile attivarsi per aiutare, attraverso alcuni semplici servizi (spesa e farmaci ad esempio), le persone più in difficoltà e le famiglie costrette in casa. La preziosa possibilità di poter essere utili si accompagna però ad una responsabilità nel compiere questi servizi, dobbiamo essere noi i primi a fare attenzione per non diventare veicoli di contagio per le stesse persone che vorremmo aiutare e per i nostri cari a casa.

“A volte devi correre, anche prima di imparare a camminare”. L’impossibilità dell’incontro fisico e dei rapporti umani ci ha portato tutt’a un tratto a sperimentare diverse tecnologie per molteplici situazioni. È come se tutti, senza distinzione di età, si fossero trovati ad indossare un paio di occhiali non loro, gli unici che, tuttavia, in questo momento ci permettono di restare umani: quelli della tecnologia digitale. Le nostre generazioni sono abituate a vivere costantemente con dispositivi virtuali e a sperimentare diverse forme di comunicazione, per questa ragione abbiamo l’opportunità, ed il dovere, di accompagnare, rapidamente e pazientemente, chi non è abituato e si affaccia ora alla realtà con questi strumenti, perché non è ancora troppo tardi per pranzare con i nonni via Skype.

“Noi siamo quelli che restano, e avremo sogni come fari”. Provando a guardare un po’ più in là, a ciò che sarà domani, per noi giovani si aprono vasti scenari e numerose possibilità: tornerà con forza la richiesta di una nuova classe dirigente, che sappia accogliere l’eredità e la conoscenza dei nostri padri per poi tradurla, con nuove intelligenze e conoscenze, in nuovi metodi di lavoro e stili di vita. Ciò che questo tempo ci ha insegnato è che sapere scientifico e cura dell’umano son stati messi a confronto per troppo tempo, la nostra fame e i nostri sogni dovranno essere capaci di coniugarli in un orizzonte più ampio e più lungo rispetto a quello dei singoli individui, pena la ripetizione futura di un simile dramma.

 

“È che mi lasciavo trascinare in giro dalla tristezza
Quella che ti frega e ti prende le gambe
Che ti punta i piedi in quella direzione opposta
Così lontana dal presente
Ma noi siamo quelli che restano
In piedi e barcollano su tacchi che ballano
E gli occhiali li tolgono e con l’acceleratore fino in fondo
Le vite che sfrecciano

E vai e vai che presto i giorni si allungano
E avremo sogni come fari
Avremo gli occhi vigili e attenti e selvatici degli animali”

 

“Quelli che restano” di Francesco De Gregori