di don Alberto Monaci

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. (…) Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende.”
(Francesco, Omelia della Messa per l’inizio del ministero petrino 19 febbraio 2013)

Ho sentito il bisogno oggi di ritornare ad ascoltare le parole che come oggi sette anni fa papa Francesco aveva pronunciato all’inizio del suo servizio petrino.
Perché è sempre più difficile trovare parole.
Perché non ci sono parole davanti alle immagini dell’infinita colonna di camion militari che trasportano le bare con i morti di questi giorni che crescono a dismisura: nella mia mente si riapre la memoria delle immagini dal terremoto dell’Aquila: anche a Bergamo la terra ci sta tremando sotto i piedi.
Perché non ci sono parole di fronte al dolore sordo di un amico prete che ha perso il papà la scorsa settimana, oggi il suo vicario parrocchiale ed è ormai rassegnato alla sorte della mamma sempre più grave.
Perché non ci sono parole di fronte all’impotenza di chi si vede rimandare a casa il genitore anziano e non ci sono bombole di ossigeno, non un medico, non un infermiere che possano a domicilio dare una parvenza di cura, o garantire un accompagnamento dignitoso alla morte.
Perché non ci sono parole quando chi fino a pochi giorni fa visitava i bimbi malati, sta ora lottando per ciò che non avrebbe mai voluto colpisse loro ed ha preso lei.
Non ci sono parole.

“Andrà tutto bene” lo lascio raccontare ai bambini. Loro credo siano gli unici ad avere il diritto di dirlo, scriverlo, disegnarlo e sentirselo dire.
Ma per il resto questo slogan mi dà sempre più sui nervi e mi vengono in mente le parole del profeta: curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera dicendo: “Bene, bene!” Ma bene non va. (Ger 6,14).
No che non va bene. Forse andrà bene domani, forse, ma ora proprio no.
Ed è anzitutto con questo che siamo chiamati a stare davanti a Dio: nella verità di qualcosa che ci sta divenendo insostenibile. Ci farà bene allora pregare con la franchezza dell’orante del salmo 13: fino a quando, Signore continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell’anima mia addenserò pensieri, tristezza nel mio cuore tutto il giorno? Fino a quando su di me prevarrà il mio nemico? (Sal 13, 2-3).
Bisogna stare dentro un male provando a custodire il bene.
Per questo sono tornato alle parole di papa Francesco che ha posto il suo servizio sotto il segno della cura. Le sue parole di ieri sono per stare in questo oggi preparando il nostro domani:

Nella seconda Lettura, san Paolo parla di Abramo, il quale «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18). Saldo nella speranza, contro ogni speranza!
Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi la speranza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio.” (Francesco, Omelia della Messa per l’inizio del ministero petrino 19 febbraio 2013)

Questo è l’unico modo che mi convince per abitare questo tempo: “custodire con sguardo di tenerezza e amore è aprire l’orizzonte della speranza”.
La speranza non viene dall’illuderci ripetendoci che andrà tutto bene; l’unica cosa che ci è possibile fare per abitare questo tempo è quello di custodire con tenerezza.

Lo si può sperimentare imparandolo da chi si sta in questi giorni si sta spendendo in modo “straordinariamente ordinario” nella cura dei fratelli. Penso a una realtà diocesana a me molto vicina, “Casa amoris laetitia”, dove da una settimana rimangono stabilmente infermieri, operatori sanitari, educatori, responsabili per evitare il più possibile il pericolo di contagio. Molti di loro sono giovani; condividono un boccone, il caffè prima o dopo l’inizio del turno; con alcuni si condivide la preghiera e spesso ci si prende un momento per ascoltarsi e condividere ciò che abita il cuore.
Incrocio a volte i loro sguardi lucidi e interroganti, ma incrocio soprattutto le loro mani al lavoro, la loro tenerezza, le carezze sui piccoli, i canti sussurrati al loro sonno.
Da loro e con loro imparo e reimparo l’unica certezza: solo la dedizione può sfidare la morte, solo la tenerezza può sfidare l’abbandono, solo la cura come, dove, fino a quando è possibile, sfida la disumanizzazione e fa spazio all’Impossibile.
Pensare ad altri, prendersi cura di altri, cucinare per altri, pregare per altri: questo custodisce la nostra umanità e incarna la nostra fede. E se ci è impedito di prenderci cura degli altri prossimi a noi per sangue, ma distanti per le condizioni di questo tempo, ci sarà sempre un altro di cui è possibile avere cura; e se ci è impossibile “farlo con le mani” sempre lo possiamo nell’intercessione.
“Abbi cura di te” mi scrive qualcuno in questi giorni con l’affetto sincero di chi vuole custodirmi. Ma l’unico modo per avere cura di me, di noi, è prendersi cura di altri.

Dio si rivela là dove c’è chi rispetta la vita, vuole la Luce, cerca di amare.
Tutte le volte che tu dilati la vita, fai la verità, ami, Dio scaturisce dalla tua azione.
Facendo le cose come le farebbe Gesù, come le farebbe Dio,
tu liberi Dio dai veli dell’invisibile e lo rendi visibile sul cammino degli uomini.
(Carlo Carretto, Il deserto nella città)

Non va e non andrà tutto bene. Ma noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. (1Gv 3,14). Per questo possiamo affrontare ciò che bene non va. E scegliamo di fidarci ancora della debole tenerezza dell’amore, l’unico in grado di attraversare il dolore e di sfidare la morte in Colui che l’ha già vinta.