di Gianmario Gazzi
Vita.it
24 marzo 2020

Solitamente mi dedico ad articoli e a discussioni sui massimi sistemi, piccoli contributi sui testi di ricerche o semplici prefazioni istituzionali. Ho deciso di scrivere, questa volta, perché vorrei raccontare un’altra parte di noi assistenti sociali: l’impotenza, la rabbia e la speranza.

Sono aspetti che lavorando con le persone metti in conto. L’impotenza dovuta alla impossibilità di mutare abitudini o superare limiti, la rabbia per le molte cose tremende che vediamo tutti i giorni, ma anche la speranza di poter contribuire ad un cambiamento o un sollievo.

Oggi questi sentimenti li vorrei urlare a tutti, dando voce a molti assistenti sociali delle province di Brescia e Bergamo che ho sentito in queste orribili ore.

L’impotenza che mi hanno descritto è la peggiore. Quella di vedere le persone morire senza un saluto, quella di dover dire non riusciamo a trovare un posto o semplicemente qualcuno che ti porti a casa dall’ospedale. Persone che guarite non hanno nessuno o se c’è, è in quarantena. Anziani, ma non solo. La rabbia che arriva dalla paura di chi vede ogni giorno qualche collega infermiere, medico o operatore socio sanitaro finire in osservazione, in reparto, qualcuno al cimitero.

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