di Ivo Seghedoni
SettimanaNews
25 marzo 2020

Guardate i gigli del campo” (Mt 6,28). Le parole di Gesù ci aprono la strada ad un atteggiamento nuovo, di consapevolezza, di fiducia e libertà.

Avevo vent’anni quando usciva la più famosa delle canzoni di Loretta Goggi, un motivo che è rimasto in testa a tanti non solo perché facilmente orecchiabile, ma soprattutto per questo aggettivo “maledetta” che contrasta fortemente con la promessa che ogni primavera porta con sé.

Un aggettivo, questo, che possiamo trovare coerente con l’attuale primavera, cronologicamente appena iniziata, ma già arrivata dal punto di vista meteorologico.

Intorno a noi, in queste giornate luminose e piacevoli è già un tripudio di fiori e un annuncio di abbondanti promesse: mandorli, prunus, siepi campestri esplodono di fiori bianchi e rosa, mentre viole, giunchiglie, primule e sassifraghe occhieggiano in tanti prati e giardini, assieme alle umili margherite. Le gemme ormai gonfie si preparano ad esplodere dagli alberi più grandi e l’erba già cresce vigorosa e di quel verde più tenero che segnala l’uscita dall’inverno.

La natura si rimette in moto – dopo una pausa invernale non tanto severa, avara di pioggia e di quel freddo cattivo a cui una volta eravamo abituati – ignara delle misure restrittive per contenere il Coronavirus e delle modificate abitudini degli umani: mentre la strada che percorro a piedi è deserta, probabilmente per la ridotta attività lavorativa, sulle siepi fiorite le api si affaccendano operosamente come in ogni altra primavera, ignare dell’invito “#Iorestoacasa”, proclamato su scala nazionale.

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