di Duccio Facchini
Altreconomia
23 marzo 2020

La diffusione del Covid-19 non fa distinzioni ma la precarietà e le disuguaglianze che soffrono le persone straniere in Italia determinano “rischi specifici e differenti di cui è urgente discutere anche in un’ottica di salute pubblica”. E invece domina ancora il silenzio sugli assembramenti nei grandi centri di accoglienza dove a metà marzo erano presenti ancora oltre 62mila persone, sulle condizioni di vita negli insediamenti informali, sui trattenimenti nei Centri per il rimpatrio o negli Hotspot, sul difficile accesso ai servizi sanitari.

Per smuovere i decisori istituzionali a occuparsene in piena epidemia, decine di associazioni e organizzazioni della società civile -da Asgi ad ActionAID, dal Naga al Gruppo Abele, da Mediterranea a Emergency– hanno sottoscritto un documento per mettere in fila le numerose criticità che riguardano da vicino i richiedenti asilo, le persone senza fissa dimora e i lavoratori ammassati negli insediamenti informali rurali. Persone prive di “effettiva tutela” -anche dei minimi strumenti di contenimento (mascherine e guanti, acqua, servizi igienici)- e “oggettivamente impossibilitate a rispettare le misure previste dal legislatore, vivendo in luoghi che di per sé costituiscono assembramenti”. Oltre alla ricognizione dei gravi buchi del sistema, i promotori propongono “soluzioni concrete ed immediate” per poter “garantire a tutte le persone le medesime tutele previste dai provvedimenti per contenere il contagio da Coronavirus”. “È tempo che emerga la dimensione plurale della nostra società”, spiegano.

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