di Piero Stefani

In queste settimane, tra i tanti messaggi che ci circondano, non sono mancati i richiami al Decameron. Come è noto, Giovanni Boccaccio ambienta le sue cento novelle in un periodo in cui imperversava la peste. Da qui scaturisce il fin troppo facile riferimento. A noi però basta soffermarci sulla prima riga del Proemio: «umana cosa è l’aver compassione degli afflitti». Il testo poi prosegue affermando che ciò riguarda più di tutti coloro che hanno dato o ricevuto conforto.

Si deve al Boccaccio aver qualificato con l’aggettivo «Divina» la Commedia di Dante; quando iniziava il suo Decameron evocando l’umano, il grande autore sapeva di parlare della terra e non dell’aldilà. Tra i molti vetrini del caleidoscopio in cui si rifrangono le vicende trasmesseci dal suo novellare, la scelta prima è andata alla «compassione per gli afflitti»; quasi a voler dire che nella vita umana non c’è certo solo la compassione, tuttavia se manca quella tutte le altre realtà, comprese le belle e le giocose, diventano banali e insignificanti.

In un certo senso l’aver compassione degli afflitti come «umana cosa» trova corrispondenza anche nella parabola del «buon Samaritano» (Luca 10, 29-36). Essa è diventata uno degli emblemi per eccellenza del soccorso. L’organizzazione umanitaria evangelicale americana che ha eretto l’ospedale da campo (reale non metaforico) a Cremona si denomina Samaritan’s Purse («Borsa del Samaritano»). Nella sua presentazione si legge che il nome è stato scelto perché con quella parabola Gesù ha insegnato cosa significa il comandamento che prescrive di amare il prossimo come se stessi (Levitico  19, 18; Lc 10,27).

È vero, la parabola inizia con un riferimento al comandamento, ma nel suo sviluppo il precetto è poi posto come tra parentesi. Il Samaritano agisce non per obbedire a un comando ma perché vide il ferito «e ne ebbe compassione» (Lc 10, 33). È lo stesso verbo impiegato da Luca per indicare quel che provò Gesù alla vista della vedova a Nain (Lc 7,11). «È umana cosa».

Ai bordi della strada c’è un uomo ferito che non è neppure nelle condizioni di gridare aiuto. Non parla. Non c’è dialogo tra chi soccorre e chi è soccorso. Non c’è perché non ci può essere. Al primo immediato aiuto subentra un secondo momento: «lo portò in albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore» (Lc 10, 34-35). Di nuovo non c’è dialogo; c’è soltanto l’atto di consegnare a chi lo custodirà, in attesa di un ritorno di cui non sono specificati i termini.

Il ferito è consegnato all’albergatore che viene pagato perché se ne prenda cura. È  giusto che sia così. Neppure il Samaritano, esempio per eccellenza dell’amore del prossimo, ha potuto fare tutto da solo. Anche lui ha affidato ad altri colui che ha soccorso.  Ha promesso di tornare: «abbi cura di lui; ciò che spenderai di più, te lo pagherò al mio ritorno» (Lc 10,35). La lettera del testo parla solo del pagamento di un possibile debito; tuttavia ci è consentito immaginare che la volontà di ritornare sia stata sollecitata anche dal desiderio di parlare con l’uomo da lui soccorso. Come farsi davvero prossimo là dove è impossibile il dialogo?

Ospedale, isolamento. C’è chi si prende cura di un sofferente, mentre i più prossimi a lui sono obbligati a restargli lontani. Molti in questi giorni sono paragonabili al Samaritano che ha affidato il ferito all’albergatore nell’attesa di giungere di nuovo da lui. Le parti si sono però invertite; a ritornare a casa adesso deve essere il malato. Mai come ora si comprende che senza le parole e i gesti non c’è autentica prossimità. È necessario affidare all’albergatore chi è colpito dal male; tuttavia, di giorno in giorno, cresce il desiderio del ritorno, accompagnato dalla dolorosa consapevolezza che per troppi quel ritorno non è dato.