di Lucia Capuzzi
Avvenire
21 marzo 2020

Istèresi.
I fisici chiamano così il fenomeno per cui un corpo, sottoposto a una pressione, mantiene una deformazione anche quando la tensione si allenta o termina. Per analogia, numerosi analisti hanno prospettato il rischio di una “isteresi sociale e politica” alla fine della pandemia di coronavirus. A preoccupare è l’impiego disinvolto della narrativa bellica da parte dei governi per descrivere l’attuale emergenza. «Siamo in guerra contro un nemico invisibile», hanno detto due leader di temperamento e visione opposti come Donald Trump e Emmanuel Macron.

La questione non è meramente linguistica. Di fronte all’estendersi rapido dei contagi, i vari esecutivi del mondo stanno adottando misure proprie di una situazione di conflitto, dalla chiusura allo schieramento dell’esercito. Il coronavirus, oltretutto, arriva in un momento di infatuazione collettiva verso l’autoritarismo populista, considerato più efficiente nella risoluzione dei problemi. In questo senso, l’epidemia finirebbe con il diventare un ulteriore fattore di crisi della democrazia.

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