di padre Alberto Maggi
Il Libraio
23 marzo 2020

Erano stati ormai quasi dimenticati. Se ne stavano ancora silenti e immobili nelle loro nicchie, confinati nel passato, quei santi che un tempo avevano svolto un ruolo talmente importante da oscurare persino la potenza di quel Dio al quale “nulla è impossibile” (Lc 1,3). Il Padreterno era considerato troppo lontano, i santi erano più vicini. Di Dio si aveva timore, nei santi confidenza. Dal Signore ci si aspettava i castighi, dai santi la protezione. Erano queste le effigie e le statue dei santi protettori, ognuno per la sua specialità, e ognuno per il proprio campanile, spesso in concorrenza tra un paese e l’altro.

Alcuni santi sono stati imbattibili nella loro protezione, per esempio è difficile anche solo intaccare il primato assoluto di San Rocco, specializzato per la peste e protettore delle epidemie, alla pari con la “santa dei casi impossibili”, santa Rita da Cascia. Tra questi, in maniera abusiva, si era inserito anche il martire San Sebastiano. Non c’entrava nulla con la peste, ma le ferite causate dalle frecce scagliate nel suo corpo, furono viste come i bubboni provocati dalla pestilenza.

E l’elenco è lungo, non c’è malattia che non abbia il suo santo protettore. Affidarsi all’intercessione di questi santi era, per i credenti nei secoli passati, l’unico rimedio per essere protetti da malattie, infezioni, epidemie. Poi a mano a mano che le scoperte scientifiche fecero grandi passi in avanti, (basta pensare l’invenzione, verso il XVII secolo, del microscopio), migliori condizioni igieniche, abitazioni più salubri, la creazione degli ospedali, la scoperta dei vaccini, fecero sì che gradualmente questi santi, pur rimanendo nell’affetto e nella devozione popolare, tornassero gradualmente a riposare nelle loro nicchie, muti custodi di un passato dove religiosità, superstizioni, credenze pagane si mescolavano assieme.

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