di Luigino Bruni
Avvenire
22 marzo 2020

Il settimo giorno è un giorno in cui è considerato un sacrilegio maneggiare soldi. Il settimo giorno è l’esodo della tensione, la liberazione dell’uomo dal suo stesso fango, il suo insediamento quale sovrano del tempo. Questo è shabbat: la vera felicità dell’universo
Abraham J. Heschel, Shabbat

Siamo arrivati alla fine di Oikonomia. Siamo partiti con la metafora del cuculo e siamo arrivati, domenica scorsa, ai sacrifici, passando per Agostino, Pelagio, il monachesimo, Francesco, le reliquie, i pellegrinaggi, lo spirito nordico protestante del capitalismo e quello meridiano e cattolico. Abbiamo iniziato in gennaio quando ancora questo morbo che ci affligge sembrava molto lontano, oggi terminiamo in un mondo e con vite completamente cambiati dalla pandemia. Siamo dentro un grande combattimento collettivo, custodendo la speranza che questo corpo–a–corpo somigli a quello tra Giacobbe e l’Angelo, che anche noi ci ritroveremo all’alba con una ferita insieme a una benedizione e a un nome nuovo. I segnali perché questa speranza non sia vana ci sono.

Stiamo vivendo una Quaresima civile che accumuna tutti, e, anche se non ce ne siamo ancora accorti, siamo dentro la più grande esperienza religiosa collettiva dalla Seconda guerra mondiale. Le code ordinate ai supermercati sembrano processioni, in quelle file si sente una solennità che le rende simili alle file per ricevere il pane eucaristico, di cui hanno preso il posto. Molti, mentre attendono l’esito del tampone del papà, si sono ricordati dell’unica preghiera ormai dimenticata e dopo decenni l’hanno recitata. Le grandi crisi fanno risorgere le preghiere dell’infanzia, e finalmente le capiamo – «Dacci oggi il nostro pane quotidiano».

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