di Leila Slimani
Il Corriere della Sera
23 marzo 2020

Vedo dalla finestra il mio grande cedro blu, che allarga i suoi rami nell’alba gelida. Vedo il cipresso ingiallito che non finisce più di morire, lui che ha dovuto subire canicole e piogge torrenziali, vittima silenziosa degli sconvolgimenti climatici. Fuori, gli uccelli cantano, indifferenti alla nostra vita. I narcisi sono fioriti, e contro il muro dirimpetto la camelia si è coperta di boccioli. Questa è la vista dal mio studio, nella casa che ho acquistato in Normandia qualche anno fa. A quel tempo cercavo un luogo per scrivere, una casa tranquilla dove consacrarmi ai miei romanzi. Volevo un posto per i miei bambini, per la mia famiglia, un posto per me, malata come sono di nostalgia della mia infanzia. Ripenso alle parole di Marguerite Duras ne La vita materiale: «La casa serve a metterci dentro uomini e bambini, per trattenerli in un luogo fatto per loro, per contenerli nello smarrimento e distrarli dalla loro voglia d’avventura.» Questa è la visione che io associo al lavoro, alla creazione. Questo cedro blu, l’ho guardato mille volte mentre scrivevo Chanson douce (Ninna nanna).

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