di Paolo Berizzi
La Repubblica
21 marzo 2020

Un mese dopo, mentre ci si prepara a contare i vivi e i camion dell’esercito portano via altre 80 bare, è ora di iniziare a farsi delle domande. E, soprattutto, di trovare delle risposte. Perché Bergamo? Come mai una città di 110 mila abitanti diventa il lazzaretto d’Italia, seconda al mondo, per morti e contagi, solo a Wuhan? Perché il coronavirus ha scelto questa provincia per aprirsi un varco spaventoso e conficcare qualcosa come un quarto delle croci disseminate in 30 giorni in Italia? Sono le domande che si stanno ponendo, assieme a migliaia di famiglie, studiosi, esperti e osservatori della “curva anomala” Bergamo.

La prima risposta, dritta, arriva una da Silvio Garattini, bergamasco, presidente e fondatore dell’istituto Mario Negri. «Purtroppo qui è stata privilegiata la protezione dell’attività economica rispetto alla tutela della salute — dice — . Eppure il modello Codogno era noto. Perché non è stato applicato anche a Bergamo, nel focolaio della valle Seriana che aveva già iniziato a produrre un numero allarmante di contagiati e di morti? A Codogno hanno subito istituito la zona rossa. A Bergamo c’è stata una grave sottovalutazione. Di chi sia stata la responsabilità non sta a me dirlo. Però posso dire che la mancata chiusura del focolaio di Alzano e Nembro è stata un detonatore».

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